Hokkaidō · Wakkanai · Capo Sōya
Capo Sōya Da qui in poi, solo il mare e Sachalin
Dalla città di Wakkanai, seguendo verso est la strada nazionale 238 lungo la costa per circa 40 minuti, si arriva al monumento più settentrionale del Giappone. Ogni volta che viaggio in Hokkaidō, finisco per allungare il percorso fino a Wakkanai: non riesco proprio a rinunciare a questo posto. Ogni volta sono un po’ fiera di essere arrivata fin qui da sola, al volante.
Ripensandoci, in ogni stagione mi sembra di aver aspettato qualcosa davanti al monumento: il profilo di un’isola che non si vedeva, il momento in cui passava l’ombra di una nuvola, o una mattina con poco vento.
PrimaveraFine maggio
Una foto con una coppia e la moneta con la «N»
Appena ho aperto la portiera, il vento del mare mi ha spinta all’indietro, sventolando il lembo del cappotto. All’estremo nord del Giappone, a fine maggio, un cappotto primaverile è ancora perfetto. Mi sono messa a camminare lasciandolo aperto, ma il vento me lo sbatteva addosso davanti e dietro; ho dovuto fermarmi e ripartire tenendolo con una mano.
Ero già stata a Capo Sōya d’estate, d’autunno e d’inverno, ma in primavera era la prima volta. La sera prima avevo pernottato a Wakkanai; dopo colazione ero partita subito verso il capo lungo la strada nazionale 238. Il parcheggio gratuito lungo la strada può ospitare ben 72 auto, eppure quella mattina di fine maggio, ancora presto, era quasi vuoto. Mi ha fatto piacere poter scegliere un posto rivolto verso il mare.
Camminando sulle pietre della piazza, a ogni passo le onde che si infrangevano contro gli scogli dietro il monumento mi sembravano più grandi. Il triangolo che in inverno avevo guardato dal basso, sotto la neve, oggi si stagliava sul basamento asciutto, nella luce del mattino. La punta sembra indicare il cielo del nord ogni volta che torno. Eppure sentire di essere arrivata all’estremo nord è una sensazione nuova ogni volta.
Qui consigliano di fotografare il monumento e il mare dal parcheggio al mattino. Ero arrivata proprio in mattinata, così ho cercato un punto da cui inquadrarli insieme e ho scattato qualche foto con lo smartphone in orizzontale. La luce morbida si stendeva sulla superficie del mare e, anche sullo schermo, si distinguevano bene le onde bianche.
Mentre controllavo le foto, una coppia di anziani lì vicino mi ha chiesto: «Scusi, potrebbe farci una foto?». Ho aspettato guardando attraverso lo schermo mentre il marito spolverava delicatamente la spalla della moglie, prima che si mettessero in posa davanti al monumento. Quando vedo una scena così, premo l’otturatore con ancora più cura. Dopo aver restituito lo smartphone, il marito mi ha chiesto: «Vuole che ne scatti una anch’io, per ringraziarla?». Ho accettato volentieri e mi sono messa davanti al monumento.
Dopo le foto, la moglie mi ha chiesto: «Da dove viene?». «Da Tokyo. Ho preso il traghetto da Ōarai con l’auto al seguito», ho risposto. «Ma davvero, in auto! Da sola?», ha esclamato spalancando gli occhi. Loro venivano da Asahikawa e abbiamo chiacchierato un bel po’ della colazione e di dove avevo pernottato: «Ieri sera ha dormito a Wakkanai?». «Sì, vicino alla stazione», ho risposto. Il signore ha sorriso: «È notevole che una giovane donna sia arrivata fin qui da sola!». Mi sono sentita un po’ in imbarazzo e ho finito per ridere anch’io.
Ho guardato la loro auto allontanarsi dal parcheggio e poi ho sbirciato la foto che mi avevano scattato. Ci sono io davanti al monumento, con una mano ancora sul lembo del cappotto e un sorriso un po’ timido. Mi sa che riguarderò questa foto molte più volte di quella che avevo scattato al monumento e al mare.
Prima di tornare all’auto, sono passata dal negozio di souvenir blu, proprio accanto al monumento. Ha un tetto triangolare appuntito al centro, quasi come se anche l’edificio avesse voluto imitarlo. Cercavo la moneta commemorativa dorata dell’estremo nord. Il fronte porta una grande «N». Agli estremi orientali, occidentali e meridionali delle isole principali del Giappone si trovano monete con le lettere «E», «W» e «S»: un giorno vorrei collezionarle tutte e 4. Ho comprato anche il certificato d’arrivo al punto più settentrionale del Giappone. Davanti al negozio ho sollevato la moneta verso la luce del mattino e la «N» ha brillato.
EstateLuglio–agosto
Sachalin non si è fatta vedere, ma sulla strada 238 mi aspettava il vento del mare
Superata la città di Wakkanai, la strada nazionale 238 si snoda verso est lungo la costa. Nel mio cabriolet con il tetto aperto, il vento salmastro mi arrivava dritto addosso. Da un lato il mare, dall’altro colline basse. Le curve erano dolci e l’auto avanzava fluida senza che dovessi aumentare la velocità. Su strade così, perfino le mani sul volante si fanno leggere.
A un certo punto è comparso il cartello blu con il numero 238; senza mollare il volante, ho annuito tra me e me. Tra i cartelli delle strade nazionali che ho collezionato, quello con il numero 238 è speciale. La strada che indica passa proprio davanti al capo più settentrionale del Giappone. Da quando sono sbarcata a Hakodate, ho continuato a salire verso nord sulla mappa. Era il mio primo viaggio in Hokkaidō e questo posto era quello che non volevo assolutamente saltare. Ho deciso di fermarmi 2 notti a Wakkanai, così da poter aspettare una giornata in cui avvistare Sachalin.
Ho parcheggiato lungo la strada e, appena ho aperto la portiera, il vento dal mare mi ha fatto rabbrividire dalle braccia fino alla schiena. Era estate: pensavo che bastasse una maglia a maniche lunghe a righe. Prima di partire avevo controllato la temperatura massima media di luglio a Wakkanai: circa 20 °C. Mi ero fermata al numero e avevo completamente dimenticato il vento del mare. Ho tirato fuori in fretta dall’auto la giacca leggera che avevo portato per la mattina e la sera. Non pensavo di doverla indossare già a mezzogiorno.
Davanti al monumento si era formata una piccola fila di persone in attesa di scattare una foto. Mentre aspettavo il mio turno, ho alzato lo sguardo verso il triangolo. 45°31′22″ di latitudine nord. La forma del triangolo richiama una delle punte della Stella Polare e al centro c’è la «N», per nord. A quanto pare, il basamento circolare ai piedi del monumento rappresenta la pace e la collaborazione. Sapere di trovarmi proprio nel punto più a nord della mappa, con i piedi ben piantati lì, mi ha fatto dimenticare un po’ il freddo del vento sulle braccia.
Nelle giornate limpide si può vedere il profilo di Sachalin, a più di 40 km. Mi sono riparata gli occhi con una mano e ho scrutato con calma l’orizzonte da destra a sinistra. Ma quel giorno l’orizzonte era solo mare e cielo, senza fine. Per un attimo ho scambiato il bordo di una nuvola per la sagoma dell’isola e stavo per indicarla, tutta contenta: la nuvola ha cambiato forma subito e ho abbassato piano la mano. Per fortuna non mi aveva vista nessuno.
Forse l’avrei vista da un punto più alto. Ho lasciato l’auto nel parcheggio e sono salita a piedi al parco di Capo Sōya, sulla collina dietro il monumento. Dalla staccionata di legno, la piazza dove mi trovavo poco prima e le auto in sosta sembravano piccolissime, molto più in basso. In cima il vento era ancora più forte: con una mano tenevo chiusa la giacca e con l’altra mi riparavo di nuovo dal sole. Eppure l’orizzonte mostrava soltanto nuvole bianche che passavano tranquille. Quel giorno Sachalin sembrava essersi presa una pausa, nascosta dietro le nuvole.
Quando sono scesa dalla collina e sono tornata sulla piazza, la fila si era già accorciata. Eravamo tutti sconosciuti, eppure sembrava che condividessimo la stessa gioia di essere arrivati all’estremo nord; l’atmosfera mentre ci scattavamo foto a vicenda davanti al monumento era davvero gentile. Mi sono messa in fondo alla fila, ormai più corta, e ho aspettato il mio turno.
Guardando le onde che si infrangevano contro gli scogli, mi è venuta voglia di toccarle e mi sono avvicinata alla costa. Ogni volta che un’onda colpiva gli scogli, mi arrivavano addosso piccoli spruzzi e, quando uno mi ha raggiunta in faccia, mi è scappato un «Ah!». Il mare brillava sotto la luce estiva, ma gli spruzzi erano gelidi da non credere. Ho strizzato gli occhi e mi sono messa a ridere da sola. Mi sono stretta bene la giacca e ho fatto un altro passo indietro, lontano dalle onde.
Ho aspettato fino a sera ai margini della piazza, ma le nuvole continuavano ad aumentare e Sachalin non si è fatta vedere. In compenso, la sera sono tornata in città a Wakkanai e ho mangiato il manzo nero di Sōya, allevato nel ranch di Capo Sōya. Al primo boccone di carne magra, il suo sapore si è allargato piano in bocca e la delusione per l’isola invisibile ha cominciato a farsi più piccola. Se qualcosa non si vede, può diventare un buon motivo per tornare, no?
AutunnoMetà ottobre
Ho lasciato passare 2 ombre di nuvole prima di premere l’otturatore
Con lo smartphone già pronto, guardavo soltanto l’ombra delle nuvole che passava sul mare. Il mare scintillante e quello quieto sotto l’ombra: non riuscivo a decidere quale fotografare.
Per il viaggio autunnale in Hokkaidō avevo deciso di cominciare dall’estremo nord, il punto più lontano, prima che il freddo si facesse intenso. D’estate avevo passato tutto il tempo a cercare Sachalin con lo sguardo sull’orizzonte; stavolta volevo fotografare per bene il monumento. Nel pomeriggio di ottobre ho parcheggiato e sono scesa dall’auto: il vento aveva già il freddo dell’inverno alle porte. A quanto pare, da ottobre nella parte settentrionale di Hokkaidō aumentano i giorni in cui la temperatura scende sotto i 10 °C. Mi sono sistemata la sciarpa color crema sul colletto del cappotto verde scuro.
Quando mi sono messa in un punto da cui si vedeva tutto, dal monumento fino all’orizzonte, non sapevo cosa includere nella foto. Se stringevo l’inquadratura sul monumento, la sua forma si vedeva bene, ma il primo scatto di prova sembrava fatto in un posto qualunque. Se allargavo l’inquadratura sul mare, invece, il monumento diventava minuscolo e spariva il soggetto. Ho continuato a confrontare lo schermo dello smartphone con il panorama davanti a me, spostandomi di mezzo passo alla volta.
Vicino al monumento c’è anche la statua di Mamiya Rinzō. È stata eretta nel luglio del 1980 per il bicentenario della sua nascita, a quanto pare. La statua di un viaggiatore del passato, il monumento che indica l’estremo nord e, dietro, il mare: vedendoli tutti e 3 in fila, ho sentito che qui si sovrapponevano le storie di tante persone e di tanto tempo. Per prima cosa ho fotografato la statua da sola, un po’ di lato. Con la sua veste da viaggiatore d’altri tempi, la statua si stagliava sul basamento di pietra rossastra nel vento del mare. Poi ho deciso di includerla, più piccola, anche nella foto del monumento. Ho cercato un punto da cui entrassero entrambi nell’inquadratura e sono arretrata di qualche passo in diagonale sulla piazza.
Nel frattempo, l’ombra di una nuvola ha attraversato il mare e le onde, che fino a un momento prima scintillavano, si sono fatte quiete. Quando l’ombra passava, tornava la luce. Non riuscivo a decidere e ho lasciato passare l’ombra una volta, poi una seconda. Il vento, asciutto, faceva rotolare qualche filo d’erba secca ai miei piedi. Quel giorno la luce era bassa e, proprio per questo, il bianco delle onde risaltava ancora di più. Il volto più raccolto del capo, diverso da quello luminoso dell’estate.
Mi sono pentita un po’ di essere venuta senza guanti, ma così era più facile toccare lo schermo. Ho soffiato sulle dita intirizzite e ho deciso l’inquadratura: abbastanza ampia da includere la forma del monumento e il mare, con la statua di Mamiya Rinzō piccola sul margine sinistro. Ho incluso anche la piazza davanti ai gradini, per conservare la sensazione di essere lì in quel momento. Ho premuto l’otturatore quando l’ombra della nuvola è scivolata via e le onde hanno ripreso a brillare. Ingrandendo la foto, ho visto che la scia luminosa delle onde arrivava fino ai piedi del monumento: aspettare era servito.
Tornata in auto, ho impostato quella foto come sfondo dello smartphone. Il monumento mi fa da punto di riferimento e mi basta guardarla per ricordare anche l’ampiezza del mare e della piazza. Mentre mi scaldavo le dita fredde tra i palmi, ho pensato che, dopotutto, aspettare non mi dispiaceva poi così tanto. Ho acceso il motore e sono ripartita sulla strada nazionale 238.
InvernoFebbraio
Dopo 3 giorni d’attesa, ho raggiunto il monumento innevato in una mattina calma
Sulla neve al bordo dei gradini del basamento era rimasta una sola impronta. In una mattina così, c’era qualcuno arrivato qui prima di me.
A febbraio, a Wakkanai, è il periodo dei forti venti stagionali e delle bufere di neve. Per visitare Capo Sōya d’inverno avevo deciso di aspettare il momento giusto: ho pernottato a Wakkanai e ho confrontato le previsioni per 3 giorni. Nel frattempo guardavo la neve scorrere di lato dalla finestra della locanda o facevo due passi per la città. Una sera, stanca di aspettare, stendevo la mappa in camera e ripercorrevo con il dito la strada fino al capo, avanti e indietro. Ogni mattina finivo per parlare del tempo con chi lavorava alla locanda: «Chissà come sarà oggi?» era diventata la nostra abitudine.
Finalmente è arrivata una mattina con poco vento. Guidavo la berlina rossa a trazione integrale che avevo portato con me per affrontare le strade innevate. Sulla strada nazionale 238, dove la neve era ancora a terra, ho tenuto più distanza del solito dall’auto che mi precedeva e ho frenato in anticipo, con delicatezza. Oltre l’asfalto innevato il mare grigio si stendeva senza fine; a ogni passaggio dei tergicristalli, la neve spariva e il mare riappariva.
Nel parcheggio c’erano solo altre 2 auto oltre alla mia. Avevo controllato guanti e sciarpa prima di aprire la portiera, ma una folata di vento gelido mi ha investita all’improvviso. Sulla piazza davanti al monumento, in alcuni punti si distingueva il disegno della pietra, in altri si era accumulata la neve; ce n’era ancora anche sul bordo dei gradini del basamento.
E lì c’era l’impronta di poco prima. Ho accostato il mio stivale all’impronta nella neve: l’impronta era un po’ più grande del mio stivale. Camminando fino alla statua di Mamiya Rinzō, accanto al monumento, ho visto che la neve si era accumulata anche ai suoi piedi: sembrava che quella persona non fosse arrivata fin lì. Per un momento mi è sembrato di condividere la stessa mattina con qualcuno che non avevo mai incontrato.
Il vento mi colpiva le guance, così ho stretto la sciarpa al collo con entrambe le mani. Avvolta nel cappotto lungo, stavo ferma e tra una raffica e l’altra riuscivo a sentire le onde. Guardando con attenzione, ho cominciato a notare che prima delle onde più grandi la superficie del mare si sollevava già in lontananza; ogni volta aspettavo il rumore dell’onda che si infrangeva. D’estate mi riparavo qui dal sole: oggi sembra quasi impossibile. Per non farmi sbilanciare dal vento, stavo in piedi con le gambe un po’ divaricate.
Sono tornata in auto e ho tolto i guanti davanti al riscaldamento. L’aria calda mi ha sfiorato le guance e solo allora mi sono accorta di quanto fosse fredda la faccia. Quando sono rientrata alla locanda, ho detto alla persona con cui avevo parlato del tempo per 3 giorni: «Sono riuscita ad arrivare al capo». Mi ha risposto: «Che bello!», sorridendo come se ci fosse andata lei. Quella sera mi sono fatta un regalo: lo shabu-shabu di polpo, una specialità di Wakkanai. Ho immerso una fettina sottile di polpo nell’acqua bollente e, appena l’ho assaggiata, il calore mi è arrivato fin dentro, sciogliendo finalmente il gelo che mi portavo addosso. Fuori dalla finestra della locanda la neve ha ricominciato a scorrere di lato. Ma, sapendo che non avrei più dovuto confrontare le previsioni, persino quella neve mi sembrava un po’ divertente.
I racconti sono opere di fantasia ispirate a questo luogo. Per informazioni precise, può consultare i siti ufficiali del turismo e di informazione.
Capo Sōya di notte
Immagini di questo luogo14 imm.
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Specialità locali
Manzo nero di Sōya
Questa carne bovina di marca proviene da animali allevati al ranch di Capo Sōya, apprezzata per il sapore della carne magra. Può assaggiarla al ristorante di pesce alla brace Urokotei, in città. A Wakkanai, nota per i prodotti del mare, scegliere proprio la carne locale è un piccolo lusso tutto suo.
Polpo di Sōya
Il polpo pescato nelle acque di Sōya è una specialità di Wakkanai, da gustare bollito o in shabu-shabu, a quanto pare. Per lo shabu-shabu, la consistenza cambia a seconda di quanto a lungo si immerge il polpo nell’acqua: può divertirsi a trovare la cottura che preferisce.
Capesante di Sōya
Le capesante di Sōya, a quanto pare, sono rinomate per la loro polpa soda e compatta.
Cosa vedere
Monumento del punto più settentrionale del Giappone
A 45°31′22″ di latitudine nord si erge un monumento triangolare, ispirato a una delle punte della Stella Polare. La «N» al centro indica il nord; il basamento circolare rappresenta la pace e la collaborazione. Conoscendone il significato, quando alza lo sguardo la punta sembra indicare dritta il cielo del nord.
Un ampio panorama sul mare
Subito dietro al monumento si trova la costa rocciosa e, nelle giornate limpide, si può vedere il profilo di Sachalin, a più di 40 km. Se desidera abbracciare con lo sguardo un tratto ancora più ampio dell’orizzonte, salga al parco di Capo Sōya, sulla collina dietro il monumento.
Strada e dati del viaggio
Come arrivare da Tokyo
- Da Tokyo al porto di Ōarai
- Circa 130 kmCirca un’ora e mezza in auto sull’autostrada Jōban
- Traghetto
- Dal porto di Ōarai al porto di TomakomaiIl traghetto del tardo pomeriggio impiega circa 18 ore e consente di imbarcare anche l’auto.
- Dal porto di Tomakomai
- Circa 410 kmCirca 5 ore e mezza in auto, percorrendo l’autostrada Dō-Ō e altre strade
- Uscita autostradale più vicina
- IC Toyotomi-kitaCirca 46 km e 40 minuti fino al parcheggio di Capo Sōya, lungo le strade nazionali 40 e 238
In auto verso Capo Sōya
- In auto dalla stazione JR di Wakkanai
- Circa 40 minuti
- In auto dall’aeroporto di Wakkanai
- Circa 25 minuti
Da Wakkanai, la strada nazionale 238 procede verso est lungo la costa. Più ci si avvicina al capo, più il mare si apre oltre il finestrino.
Quando arriva al capo, può lasciare l’auto nel parcheggio gratuito lungo la strada nazionale 238. Dal parcheggio alla piazza del monumento bastano pochi passi.
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Mappe e fonti
Fonti ufficiali consultate
- Sito ufficiale del turismo dell’Hokkaidō | Capo Sōya (si apre in una nuova scheda)
- Marchio Wakkanai | Manzo nero di Sōya (si apre in una nuova scheda)
- Kita Hokkaidō | Come vestirsi per un viaggio nella parte settentrionale di Hokkaidō? L’abbigliamento ideale stagione per stagione (si apre in una nuova scheda)
- Ufficio per lo sviluppo di Hokkaidō del Ministero del territorio, infrastrutture, trasporti e turismo (parcheggio di Capo Sōya) (si apre in una nuova scheda)
- Marchio Wakkanai (Capo Sōya e colline di Sōya) (si apre in una nuova scheda)
- Agenzia meteorologica giapponese (valori climatici normali di Wakkanai, 1991–2020) (si apre in una nuova scheda)
- Mitsui O.S.K. Lines Sunflower (orari dei collegamenti Ōarai–Tomakomai) (si apre in una nuova scheda)
- Marchio Wakkanai (polpo di Sōya) (si apre in una nuova scheda)
- Marchio Wakkanai (capesante di Sōya) (si apre in una nuova scheda)
- Kita Hokkaidō | Parco di Capo Sōya (Parco della pace di Capo Sōya) (si apre in una nuova scheda)
- I 4 punti estremi delle isole principali del Giappone (informazioni sulle monete per chi li raggiunge) (si apre in una nuova scheda)