Aso, prefettura di Kumamoto
Aso Prati in fiamme e stagni gelati: era sempre Aso
Quando percorro la Milk Road, a un tratto il terreno precipita di colpo da un lato della strada e mi si apre davanti tutta la caldera, con i paesi e le risaie sul fondo. Per quante volte ci sia passata, arrivo sempre a quel punto e mi scappa un piccolo respiro. Ogni volta che viaggio nel Kyūshū faccio una deviazione ad Aso. I prati in fiamme, i cavalli che pascolano tranquilli, i paesi avvolti dalle nuvole e gli stagni gelati: è sempre Aso. Sulla via del ritorno sto già pensando a quale stagione scegliere per tornare.
Dalle fiamme che avanzavano sul versante lontano alla brina sui rami ai miei piedi: ad Aso, a seconda della stagione, mi sono ritrovata a guardare da vicino o molto lontano.
PrimaveraInizio marzo
Sono rimasta lì, con la portiera aperta, a guardare le fiamme in lontananza
Appena imboccata la Milk Road, l’aria dentro l’auto è cambiata. A inizio marzo, sui rilievi esterni della caldera i prati avevano ancora i toni dell’inverno e si stendevano senza fine da entrambi i lati della strada. Ho alzato un po’ il riscaldamento e tirato su il collo del maglione. Qui le curve sono ampie e dolci: basta girare appena il volante e poi accompagnarlo indietro. Anche tenendo gli occhi sulla strada, vedevo i prati scorrere ai margini del campo visivo; solo questo mi faceva pensare che ne era valsa la pena.
Sulla via del ritorno, dopo aver passato l’inverno a Okinawa, ho fatto una deviazione ad Aso mentre risalivo il Kyūshū verso nord. Il mio obiettivo principale era vedere con i miei occhi la bruciatura controllata dei prati, che si svolge tra febbraio e aprile circa. Avevo sentito che le date potevano cambiare a seconda del tempo, così dalla sera prima non facevo che scrutare il cielo.
Quando mi sono avvicinata al belvedere di Kabuto-iwa, ho visto una sottile colonna di fumo bianco levarsi dal versante ai piedi dei monti, oltre la caldera. Avrei voluto guardare subito da quella parte, ma mi sono trattenuta: prima ho messo la freccia, poi sono entrata nel parcheggio del chiosco. Solo dopo aver parcheggiato e aperto la portiera ho potuto voltarmi. La linea delle fiamme avanzava lentamente sul versante lontano. Pensavo di scendere, invece sono rimasta seduta, con le ginocchia strette al petto, senza riuscire a muovermi.
Le fiamme erano lontanissime, eppure, viste insieme a tutta l’estensione dei prati, formavano una linea molto più lunga di quanto immaginassi. Sembrava che l’intero versante di una montagna si muovesse piano. Ero a una distanza tale che non arrivavano né il calore né il rumore, ma avevo comunque il palmo della mano umido di sudore.
Vicino a quelle fiamme ci sono delle persone. Mi hanno raccontato che, durante la bruciatura dei prati, le persone con i battifuoco seguono quelle che appiccano il fuoco e controllano punto per punto che le fiamme si siano spente. Da qui non riuscivo a vederle affatto. Ma il fumo saliva tranquillo: pensare che qualcuno fosse lì a sorvegliare il fuoco mi ha fatto venire voglia di chinare appena il capo verso quel versante lontano.
I prati di Aso si conservano grazie alla cura delle persone. Dove si smette di bruciare l’erba, raccogliere il foraggio e lasciare pascolare gli animali, piano piano il bosco riprende spazio. La bruciatura aiuta anche a ridurre i parassiti e le malattie, e questo sistema agricolo è riconosciuto come patrimonio agricolo di rilevanza mondiale. I prati si estendono fin oltre la strada perché c’è chi porta avanti questo lavoro ogni primavera. Lo sapevo già dai libri, ma con il fumo davanti agli occhi quelle parole mi sono arrivate con un peso del tutto diverso.
Ogni volta che cambiava il vento, cambiava anche la direzione del fumo. La colonna che saliva dritta verso il cielo, a un certo punto si è piegata seguendo il crinale. Confrontando la direzione del fumo e la linea delle fiamme, ho cominciato a distinguere anche da lontano il versante ormai bruciato e annerito da quello ancora color d’inverno. E quel confine si spostava di lato poco a poco, ma senza fermarsi.
Alla fine ho smesso di abbracciarmi le ginocchia, attraversato la strada e raggiunto la staccionata di tronchi del belvedere. Ho girato il telefono in orizzontale e ho rinunciato a ingrandire solo le fiamme: volevo includere tutto il prato nell’inquadratura. Così, riguardando la foto, mi sarei ricordata che quella linea sottile era immersa in uno spazio così vasto. Delle tre foto scattate, ho segnato quella in cui il fumo si allungava più di lato.
Tornata in auto, prima di chiudere la portiera mi sono voltata a guardare il versante. Dopo la bruciatura, con l’avanzare della primavera l’erba ricresce e i prati tornano verdi. Pensando che anche il verde di Aso, visto dall’alto di un cavallo in estate, fosse il frutto del lavoro di ogni anno, quel versante annerito mi è sembrato un posto in attesa della prossima stagione. Ho messo in moto e ripreso la Milk Road.
EstateAgosto
Ho alzato la testa senza mollare la sella, e davanti a me si è aperta Kusasenri
«Alla prossima a sinistra. Ah, no, tira dritto». La mia amica, con cui faccio spesso giri in auto, è sul sedile del passeggero e, a quanto pare, pensa di aiutarmi a seguire la strada guardando la mappa. Mi ha raggiunta in aereo ieri e da allora è sempre accanto a me, nella mia auto. Quando non guida la sua macchina gialla, le parole le escono a raffica. Mi ha consigliato tante volte di provare la passeggiata a cavallo, così siamo salite insieme a Kusasenri.
Salendo per la strada di montagna con il tetto abbassato, nel punto in cui gli alberi si diradano all’improvviso si è aperto un prato verde. La mia amica l’ha indicato con un «guarda!», e io ho risposto «sì, lo vedo» senza staccare gli occhi dalla strada. Questa è la grande differenza tra chi guida e chi è seduto accanto: io non riesco a guardare il paesaggio con calma mentre guido. Dopo aver parcheggiato, abbiamo raggiunto il punto da cui partono le passeggiate a cavallo. Kusasenri è un pascolo gestito; il percorso guidato, con una persona che tiene le redini, dura circa 5 minuti. Sapere che anche chi è alla prima esperienza può salire mi ha rassicurata un po’. La mia amica, che me l’aveva consigliato, invece ha detto: «Io faccio da spettatrice» e non è salita; dopo aver scambiato due parole con la guida, ha deciso di camminare accanto al cavallo.
Una volta in sella, il dorso del cavallo era molto più alto di quanto sembrasse da terra. La guida ha sistemato le redini dicendomi: «È tranquillo, non ti preoccupare», ma io non riuscivo ad allentare la presa con nessuna delle mani. Attraverso la sella sentivo il calore del cavallo; a ogni passo si muovevano i grandi muscoli della sua schiena. In auto so sempre quanta forza usare e dove, ma a cavallo non sapevo proprio nulla. Dentro di me l’ho salutato con tutta la formalità del caso: «Mi affido a Lei».
Quando il cavallo ha cominciato a camminare, il mio corpo ha iniziato a oscillare avanti e indietro. All’inizio quel movimento mi distraeva: guardavo la sella e aggiustavo la presa. La mia amica, che camminava accanto, ha guardato la mia espressione e ha riso: «Sei proprio concentrata». Volevo ribatterle che sono sempre concentrata, ma la cosa ha fatto ridere anche me e sono scoppiata a ridere per prima.
La risata mi ha sciolto la schiena, che fino a quel momento era tutta tesa, e finalmente ho alzato lo sguardo. Oltre la mia amica, il prato verde si stendeva a perdita d’occhio. Le mucche e i cavalli al pascolo brucavano tranquilli; più in là c’erano lo stagno e il Naka-dake, da cui saliva un pennacchio di fumo bianco. Quando ero venuta in inverno, ero rimasta accovacciata a guardare la brina ai miei piedi: quella era la prima volta che a Kusasenri guardavo fino in fondo al prato. Da lassù, a cavallo, mi sembrava che il paesaggio continuasse molto più lontano che dal posto di guida.
Al passo del cavallo, il paesaggio cambiava poco alla volta. Lo stagno, il gruppo di mucche, la direzione del fumo. Anche tenendo stretta la sella, riuscivo a notare una cosa e poi a cercarne un’altra, e mi divertiva. Quando me ne sono accorta, avevo già allentato parecchio la presa. La mia amica mi ha detto che avevo un’aria più contenta di prima, e non potevo darle torto.
Quando sono scesa, il terreno mi è sembrato più basso del solito e ho barcollato un po’. Poi, insieme alla mia amica, ho camminato fino allo stagno sul bordo del prato. Si dice che si sia formato raccogliendo l’acqua piovana. Mi sono sporta con le mani sulle ginocchia: sulla superficie si riflettevano alla perfezione le nuvole estive e il cielo azzurro. Era come se fossi venuta a piedi a vedere da vicino quello stagno che poco prima avevo visto da lontano, dalla schiena del cavallo. Accanto a me, la mia amica continuava a dire che avrebbe dovuto fotografarmi mentre avevo quell’aria concentrata.
Avevamo deciso di pranzare con il manzo Akaushi di Aso. La meta era il ristorante Yoka-yoka-tei, sede principale di Sakanashi, che serve carne Akaushi allevata nei propri pascoli. Quando siamo tornate al parcheggio, la mia amica ha riaperto la mappa e si è lanciata: «Lascia fare a me, ti guido io». Con le mani che poco prima stringevano la sella, ho ripreso il volante e siamo scese dalla montagna. Quando è arrivato il manzo Akaushi, mi sono tornati in mente per un attimo gli animali che avevo visto pascolare tranquilli nel prato e ho detto «buon appetito» con più cura del solito. Era una carne dal sapore intenso, che si sprigionava a ogni morso; il corpo, ancora teso per la passeggiata a cavallo, si rilassava un boccone alla volta.
AutunnoOttobre-novembre
A metà di uno sbadiglio mi è volata addosso una lattina di caffè
Sono uscita presto dall’alloggio e ho seguito l’auto gialla della mia amica, con cui faccio spesso giri in auto. Questo autunno è arrivata con la sua macchina, così ad Aso possiamo guidare in due. Dall’area di sosta Michi-no-Eki Aso a Daikanbō ci vogliono circa 30 minuti d’auto; abbiamo deciso di salire in modo da arrivare all’apertura del parcheggio, alle 8:00. Quando l’auto gialla davanti a me rallentava in curva, rallentavo anch’io nello stesso punto. Piano piano si sincronizzava perfino il ritmo con cui giravamo il volante. Senza radio né telefono, sembrava che le nostre due auto tracciassero un’unica linea, e già di prima mattina mi sentivo un po’ felice.
Quando sono scesa dall’auto, l’aria era pungente e fredda. Brava me, ieri, ad aver messo una coperta in macchina. Dopo aver percorso il sentiero, siamo arrivate allo spazio panoramico e me la sono tirata fin sopra le spalle. Le nuvole coprivano tutta la caldera, e sopra affioravano solo i contorni dei monti. Avrei dovuto avere sonno, invece mi ero svegliata del tutto.
Si dice che i Cinque Picchi di Aso che spuntano sopra le nuvole sembrino il Buddha addormentato. Ho guardato le cime una a una, da un’estremità all’altra, cercando di capire dove fosse la testa. Poi mi sono accorta che anch’io, avvolta nella coperta con fuori solo la testa, dovevo avere più o meno la stessa posa. Mi è scappato un risolino sotto la coperta.
A quanto pare, il mare di nuvole si forma più facilmente nelle mattine serene e poco ventose, dopo una giornata di pioggia e quando la differenza di temperatura tra il giorno e la notte è ampia. La sera prima, mentre guardavamo il cielo dopo la pioggia, avevamo detto: «Domani magari si vede». E così è stato. Da Daikanbō, oltre alla città di Aso e ai Cinque Picchi, pare si veda anche la catena del Kujū. Indicavo i monti sopra le nuvole e cercavo di indovinarne i nomi, finché la mia amica mi ha detto: «Quello l’hai indicato anche prima».
Appena l’ha detto, mi è scappato un enorme sbadiglio. La mia amica, che era un po’ distante, mi ha guardata e, ridendo, mi ha lanciato una lattina di caffè. Stavo ancora sbadigliando, ma la mano era già partita in avanti: l’ho presa al volo senza farla cadere. A quanto pare, i riflessi allenati al volante tornano utili anche in momenti così.
La lattina che avevo preso era tiepida al punto giusto per tenerla tra i palmi. «Ti sei svegliata?» mi ha chiesto. «Il panorama lo sto guardando, eh» ho risposto. Davanti alla staccionata ho avvolto la lattina con entrambe le mani e ne ho bevuto un sorso: quel tepore appena dolce mi ha scaldato fin dentro, nello stomaco ancora freddo.
Man mano che il sole saliva, la superficie delle nuvole cominciava a brillare di bianco e il mare di nuvole si metteva lentamente in movimento. La mia amica fotografava un’altra direzione, a distanza; io cercavo uno squarcio tra le nuvole. Per un po’ siamo rimaste in silenzio, ognuna a guardare il proprio panorama. Eravamo venute insieme, eppure quella mattina era tranquilla come se fossi da sola. E, a sorpresa, mi faceva stare bene.
Abbiamo aspettato che aprisse la sala da tè e poi abbiamo mangiato riso con takana. Lo stomaco vuoto per la levataccia si è subito risvegliato al profumo e alla sapidità del takana. Con le mani scaldate dalla lattina di caffè, stavolta ho avvolto la ciotola di riso. Quando abbiamo finito e siamo tornate allo spazio panoramico, il mare di nuvole si era diradato e cominciavano a riaffiorare i paesi sottostanti. Laggiù, sotto le nuvole, la solita mattina era iniziata da un pezzo.
Mentre ripiegavo la coperta nel parcheggio, la mia amica ha abbassato il finestrino dell’auto gialla: «Ti ho fatto anche una foto mentre sbadigliavi». Le ho chiesto di cancellarla, ma lei non ha risposto: ha riso e ha tirato su il finestrino. Non ho ancora scoperto che fine abbia fatto quella foto.
InvernoInizio febbraio
Mi sono accovacciata per fotografare un ramo coperto di brina e non riuscivo più a rialzarmi
Salendo dal fondovalle verso Kusasenri, la neve ai bordi della strada aumentava a poco a poco. Oggi guidavo una berlina rossa a trazione integrale. Sentendo gli pneumatici invernali passare sulla neve, dosavo freno e sterzo con più anticipo e con interventi più leggeri del solito. Non avevo fretta, ma mi piace e mi rende un po’ orgogliosa salire con calma lungo strade così.
Ero passata da Aso perché volevo vedere gli alberi coperti di brina. Sapevo che a Kusasenri, in inverno, il fenomeno si può vedere di solito fino a metà febbraio, se il tempo lo permette; così sono salita a inizio mese. Prima di partire avevo controllato le condizioni della strada, ma lassù l’aria era molto più fredda che a valle.
Ho parcheggiato e mi è bastato fare pochi passi verso il prato innevato per notare un ramo coperto di brina. Volevo fotografare i monti lontani, ma l’attenzione mi è scivolata tutta su quel ramo sottile, proprio lì vicino. Per non sporcare di neve l’orlo del cappotto color crema, l’ho tenuto sollevato e mi sono accovacciata per avvicinarmi.
La brina si allungava fitta fin sulle punte più sottili dei rami. Ho preso il telefono: c’erano così tanti punti su cui mettere a fuoco. Ho fotografato prima il ramo più vicino e poi quelli sullo sfondo. Bastava muovere appena la testa perché cambiasse la sovrapposizione dei rami, così ogni volta regolavo di nuovo l’inquadratura.
Quando scattavo, finivo per trattenere perfino il respiro. Poi guardavo lo schermo per vedere com’era venuta e lasciavo uscire un bel sospiro. Temevo che il mio fiato caldo potesse sciogliere la brina, perciò giravo apposta la faccia di lato per respirare. Forse ero un po’ troppo prudente, persino per me.
È arrivata una folata e dal ramo sono caduti tanti piccoli frammenti di brina. Hanno brillato per un attimo al sole, poi sono spariti sulla neve. Quando ho puntato in fretta il telefono, il ramo era già tornato immobile. Così ho deciso di aspettare lì davanti, con il telefono pronto, finché non fosse arrivato un altro colpo di vento. Ho aspettato fino a sentire le guance gelate, ma il vento non arrivava; quando finalmente è soffiato, stavolta la brina non è caduta.
Alla fine mi sono arresa, mi sono rialzata e ho camminato fino al bordo dello stagno gelato. Sulla superficie del ghiaccio correvano tante linee bianche. Come la brina sui rami, anche le forme del ghiaccio erano più interessanti da vicino; con le mani guantate ancora in tasca, mi sono sporta a guardare. La neve sotto i piedi scricchiolava. Quando è arrivata una folata fredda, ho nascosto la faccia nella sciarpa.
Quando ho alzato la testa, il prato era bianco a perdita d’occhio. D’estate ci sono mucche e cavalli che brucano, ma quel giorno non si muoveva nulla; si sentiva solo il vento. Mi faceva sorridere aver raggiunto un posto così vasto e aver passato più tempo a guardare la brina su un rametto che a osservare il resto del paesaggio.
Tornata in auto, ho acceso il riscaldamento e piano piano le dita intirizzite hanno ripreso a distendersi. Scorrendo le foto, ne ho trovata una tra le prime in cui un frammento di brina stava per staccarsi dal ramo. Non ero riuscita a fotografarlo mentre aspettavo il vento, e invece l’avevo preso prima ancora di mettermi ad aspettare. Oltre il parabrezza, gli alberi del prato si muovevano di nuovo al vento e stavolta la brina cadeva davvero.
I racconti sono opere di fantasia ispirate a questo luogo. Per informazioni precise, può consultare i siti ufficiali del turismo e di informazione.
Aso di notte
Immagini di questo luogo9 imm.
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Specialità locali
Donburi con manzo Akaushi
Una bistecca di manzo Akaushi, allevato nell’ambiente naturale di Aso, cotta media al sangue e servita ancora rosata al centro, su una ciotola di riso. Mentre finisco la carne, temo sempre che il riso non basti: dosare il ritmo dei bocconi è un dilemma ogni volta.
Riso con takana
Il takana coltivato ad Aso ha foglie lunghe e sottili, perfette per essere messe in conserva, a quanto pare. Il riso con takana in conserva è una specialità di Aso. Le verdure restano croccanti sotto i denti e, anche senza altri piatti, la ciotola si svuota in un attimo.
Dago-jiru
Una zuppa tradizionale di Kumamoto con gnocchetti di farina, i «dago», radici di bardana, daikon e carota, condita con miso o salsa di soia. I morbidi gnocchetti e le tante verdure a radice scaldano fin dentro; basta una ciotola.
Cosa vedere
Un lavoro di primavera che custodisce i prati da circa mille anni
La bruciatura controllata, la raccolta del foraggio e il pascolo mantengono i prati di Aso da circa 1.000 anni. Dove si smette di praticare la bruciatura controllata, piano piano il bosco riprende spazio, a quanto si dice. Tra febbraio e aprile circa si brucia l’erba secca per accompagnare i prati verso la stagione successiva; questo sistema agricolo è riconosciuto come patrimonio agricolo di rilevanza mondiale. Anche il verde dei prati estivi è frutto di questo lavoro che si ripete ogni anno.
Lo stagno di Kusasenri e il fumo del Naka-dake
Kusasenri-ga-hama è un grande prato di 785.000 metri quadrati. Da qui si possono ammirare insieme lo stagno, che si dice si sia formato raccogliendo l’acqua piovana, e il Naka-dake con il suo pennacchio di fumo. In estate, con i cavalli e le mucche al pascolo, e in inverno, quando gela perfino lo stagno, i colori cambiano tanto che sembra quasi un altro posto.
A Daikanbō, cercando la sagoma distesa sopra le nuvole
Si dice che il nome Daikanbō sia stato scelto da Tokutomi Sohō. I Cinque Picchi di Aso che si vedono da qui ricordano la sagoma del Buddha disteso, nota come «immagine del Nirvana»; pare che da qui si possa vedere anche la catena del Kujū.
Le tappe del viaggio
Come arrivare da Tokyo
- Da Tokyo
- In traghetto fino al porto di ShinmojiCirca 35 ore sulla tratta da Ariake passando per Tokushima
- Dal porto di Shinmoji
- Circa 210 kmCirca 3 ore in auto, passando per l’autostrada del Kyūshū e altre strade
- Casello autostradale
- Kumamoto (autostrada del Kyūshū)Circa 45 km e un’ora d’auto fino al parcheggio di Kusasenri
- Per Daikanbō
- Circa 12 km dall’area di sosta Michi-no-Eki AsoCirca 30 minuti in auto. Il parcheggio prima del belvedere è aperto dalle 8:00 alle 17:00
In primavera, al belvedere di Kabuto-iwa sulla Milk Road
- Dove andare
- Lungo la strada prefetturale 339 (Milk Road)
- Panorama
- Ampio panorama sui Cinque Picchi di Aso e sull’orlo della caldera
Dopo aver percorso la Milk Road, che corre sul crinale della caldera, basta lasciare l’auto nel parcheggio accanto al chiosco e seguire il percorso pedonale ben tenuto fino al belvedere.
In estate e in inverno, a Kusasenri-ga-hama
- Dove andare
- Kusasenri-ga-hama, nella zona sommitale del monte Aso
- Panorama
- Prati estesi per 785.000 metri quadrati
Nei prati della zona sommitale del monte Aso, in estate si può fare una passeggiata a cavallo e in inverno ammirare gli alberi coperti di brina e lo stagno gelato. Dal casello di Kumamoto sono circa 45 km e un’ora d’auto fino al parcheggio di Kusasenri.
In autunno, una pausa a Daikanbō
- Dove andare
- Yamada, città di Aso, prefettura di Kumamoto
- Panorama
- Panorama sulla caldera e sui Cinque Picchi di Aso
Daikanbō è un belvedere molto amato anche come tappa per una pausa durante il viaggio. Il parcheggio prima del belvedere è aperto dalle 8:00 alle 17:00; nelle mattine in cui si va a vedere il mare di nuvole, conviene salire in modo da arrivare all’apertura.
In primavera, il belvedere di Kabuto-iwa sulla Milk Road; in estate e in inverno, Kusasenri-ga-hama; in autunno, Daikanbō. Ad Aso il panorama cambia radicalmente da un luogo all’altro, quindi è divertente scegliere una meta diversa e partire in base alla stagione.
Altri articoli sui luoghi
Se questo articolo le è piaciuto, dia un’occhiata anche a questi luoghi: sono tornata più volte in ognuno, in stagioni diverse.
Mappe e fonti
Fonti ufficiali consultate
- Sito turistico della prefettura di Kumamoto (i prati di Aso) (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica di Aso (bruciatura dei pascoli) (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica di Aso (Kusasenri-ga-hama) (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica di Aso (Daikanbō) (si apre in una nuova scheda)
- Sito turistico della prefettura di Kumamoto (la brina sugli alberi a Kusasenri) (si apre in una nuova scheda)
- Sito turistico della prefettura di Kumamoto (donburi con manzo Akaushi) (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica di Aso (la sala da tè di Daikanbō) (si apre in una nuova scheda)
- Kyūshū Torupa (parcheggio del chiosco di Daikanbō) (si apre in una nuova scheda)
- Ministero dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca — Piatti della tradizione locale (prefettura di Kumamoto) (si apre in una nuova scheda)
- Ocean Tokyu Ferry (orari delle corse) (si apre in una nuova scheda)