Iwami-chō e Kamogaiso, prefettura di Tottori
Costa di Uradome e spiaggia di Kamogaiso Ero venuta a fotografare il mare, ma la prima foto l’ho fatta alla sabbia
Da Tokyo ci vogliono circa 8 ore d’auto. Dopo il lungo viaggio, sono scesa lungo il sentiero e mi sono ritrovata su una piccola spiaggia incorniciata da archi di roccia. Le onde si sentono vicinissime, l’acqua è limpida e perfino i granelli di sabbia brillano. Dopo la prima visita volevo scoprire come cambiasse con le stagioni: alla fine ho guidato fino a San’in quattro volte in tutto.
Ogni stagione mi faceva fermare in un punto diverso della spiaggia e portava in tavola sapori diversi.
PrimaveraAprile
Ero venuta per il mare, ma la prima foto l’ho fatta alla sabbia
Appena sono scesa sulla sabbia dall’ultimo gradino del sentiero, ho sentito sotto la suola granelli grossi e irregolari. Erano molto più grandi di quanto immaginassi. Era il mattino del secondo giorno del mio viaggio di 2 notti a San’in, in primavera: saranno state le 10. Il giorno prima avevo guidato per quasi 8 ore da Tokyo a Tottori, lungo l’autostrada, con la mia cabriolet rossa. Quella mattina, dopo tante ore al volante, ho inspirato a pieni polmoni l’aria della spiaggia: il rombo dell’autostrada mi ronzava ancora nelle orecchie, ma piano piano ha lasciato posto al suono delle onde.
Ero venuta per fotografare il mare limpido della costa di Uradome, e invece non riuscivo a staccare gli occhi dai granelli luminosi ai miei piedi. Mi sono accovacciata a guardarli: nella sabbia c’erano parecchie pietruzze. Ho tirato giù la manica della felpa color lavanda, appoggiato la mano sinistra sul ginocchio e puntato lo smartphone verso la sabbia con la destra. La sabbia ai miei piedi riempiva tutta l’inquadratura. Ero sulla spiaggia e la mia prima foto ritraeva solo sabbia. Un po’ assurdo, lo so, ma in quel momento era proprio ciò che volevo fotografare.
A quanto pare, nella sabbia di Kamogaiso si trovano grossi granelli di quarzo. Probabilmente erano quelli a brillare. A ogni inclinazione dello smartphone erano granelli diversi a riflettere la luce; mi sono divertita così tanto che sono rimasta lì a giocare con la sabbia per un po’.
Quando ho rialzato lo sguardo, ho visto i sassi anche sotto l’acqua bassa. Più avanti c’era una parete di roccia segnata da crepe oblique e, attraverso una fessura stretta, si intravedeva il mare dall’altra parte. Mi sono alzata per fotografare finalmente il mare, ma l’acqua bassa era molto più limpida di quanto pensassi: si vedevano perfino i disegni delle onde sulla sabbia. Quando me ne sono accorta, stavo fotografando di nuovo la sabbia sul fondo. Ero venuta a fotografare il mare: continuavo invece a puntare lo smartphone sulla sabbia sott’acqua. Mi sono sentita buffa.
Su una roccia era posato un uccello nero. Forse un cormorano? A Kamogaiso si possono incontrare anche anatre e cormorani. Il suo modo di restare immobile, rivolto verso il mare, mi ha fatto pensare a me: fino a un attimo prima ero accovacciata a guardare la sabbia. Mi è scappato un risolino. Il cormorano mi ha lanciato un’occhiata e si è subito voltato di nuovo verso il mare. «Non disturbarmi», sembrava dirmi. Gli ho sussurrato «Scusa» e mi sono allontanata senza far rumore.
Tra le rocce in fondo alla spiaggia spuntavano piccoli germogli di piante costiere. Non so come si chiamino, ma a quanto pare qui si possono osservare piante diverse a seconda della stagione. Ho scattato una sola foto, così la prossima volta potrò fare un confronto.
A pranzo sono andata da Ajiroya, il ristorante all’interno dell’imbarcadero delle barche turistiche. Ho avuto la fortuna di trovare la mosaebi, il gambero di primavera. Al primo boccone, un sapore dolce, denso e avvolgente mi ha riempito la bocca e ho chiuso gli occhi senza pensarci. Per assaggiare di nuovo quella dolcezza, mi sa che la prossima primavera rifarò tutta la strada fino a San’in.
Quando ho finito, ho riguardato le foto sullo smartphone: le prime erano tutte di sabbia. Il mare compariva solo molto più avanti. Prima di mostrarle a qualcuno, dovevo inventarmi una spiegazione per quelle foto.
EstateLuglio
A rincorrere le onde, ormai adulta
Forse al mattino la spiaggia è ancora tranquilla. Era il secondo giorno del mio viaggio di 3 notti a San’in, a luglio. Sono uscita presto dalla locanda e ho preso la strada prefetturale 155 verso Kamogaiso. La strada si snodava tra colline coperte di alberi. A ogni curva, il mare del mattino brillava per un istante tra i rami. Avrei voluto guardarlo, ma non l’ho fatto: al volante si guarda la strada. Ho invece abbassato la capote e ho guidato avvolta dal profumo di salsedine e dal rumore del vento. Non vedevo l’ora di arrivare alla spiaggia, ma avevo tanta voglia di arrivare quanto di restare ancora un po’ su quella strada.
Dopo aver parcheggiato, sono scesa alla spiaggia lungo il sentiero; le onde si sentivano già vicinissime. Il vento muoveva l’orlo del vestito bianco e io tenevo il cappello di paglia davanti al petto, stretto fra le mani. La luce del mattino arrivava fino al fondo dell’acqua bassa; a ogni onda, i contorni dei sassi sott’acqua tremolavano.
Quando mi sono avvicinata alla battigia, un’onda ha raggiunto la punta dei sandali. Era più fredda di quanto immaginassi e ho ritratto il piede d’istinto. Ma mi sono abituata subito e ho iniziato a divertirmi a sentire l’onda che si ritirava, portandosi via la sabbia da sotto i piedi. Con il cappello stretto al petto, facevo un passo indietro quando arrivava l’onda e poi uno avanti quando si ritirava. Io, ormai adulta, a giocare da sola a rincorrere le onde. Per fortuna la spiaggia era ancora tranquilla.
Solo quando l’onda si ritirava si riuscivano a vedere nitidamente i sassi sul fondo. Ho aspettato il momento giusto e li ho osservati uno a uno: tondi, piatti, smussati. Chissà da quanto tempo le onde li fanno rotolare fin qui.
Tra le fessure della parete rocciosa si intravedeva una sottile striscia di mare, più chiara dell’acqua davanti a me. A quanto pare, gli archi e le grotte della costa di Uradome sono stati scavati dalle onde impetuose del Mar del Giappone. E pensare che in quel momento era tutto così tranquillo: mi è venuta voglia di osservare perfino i bordi erosi delle fessure.
Il nome Kamogaiso riunisce tre spiagge: Kogamo-ga-iso, Tsubakidani e Ōgamo-ga-iso. Pensavo che la costa di Uradome fosse un’unica grande spiaggia, invece ogni caletta ha un paesaggio diverso. Credevo di essere arrivata quando il mattino era ancora presto, ma senza accorgermene il sole era già salito parecchio: alla fine mi sono messa il cappello di paglia che avevo tenuto al petto. Sotto l’ombra della tesa la luce era meno abbagliante e riuscivo a distinguere meglio le diverse tonalità dell’acqua bassa. Basta un cappello e cambia perfino il paesaggio che si vede.
A pranzo, da Ajiroya, all’interno dell’imbarcadero, ho scelto un’ostrica di scoglio pescata in natura. Davanti al menu sono rimasta a lungo indecisa tra quella e il calamaro bianco, una delle «otto specialità di Iwami»; alla fine ho scelto quella disponibile per meno mesi. Appena l’ho fatta scivolare dalla conchiglia in bocca, la polpa, soda e succosa, sprigionava un sapore intenso di mare. Forse era proprio il sapore di quel mare così limpido che avevo appena guardato.
Prima di aprire la portiera, mi sono scrollata la sabbia dai sandali. I granelli grossi che si erano infilati fra le dita non volevano saperne di cadere. Sapere che tra quei granelli c’era del quarzo mi ha fatto scrollare la sabbia un po’ più piano. Alla fine sono salita in auto lasciandone qualcuno nei sandali.
AutunnoOttobre
Dopo aver scattato, continuavo a guardare oltre la fessura nella roccia
In estate avevo visto una sottile striscia di mare oltre una fessura nella roccia. Mi chiedevo come sarebbe venuta in foto con la luce d’autunno: è bastato questo pensiero per farmi tornare a San’in in ottobre. Sono partita da Tokyo con la mia cabriolet rossa per un viaggio di 2 notti. Nel pomeriggio del secondo giorno sono arrivata a Kamogaiso; dopo il sentiero mi aspettava una spiaggia molto più silenziosa che in estate.
Avevo un maglione verde scuro, una giacchetta corta color crema e i capelli raccolti bassi. Verso le tre ero sulla battigia, a fotografare la fessura nella roccia. La luce tremolava nell’acqua bassa e faceva risaltare perfino le crepe più sottili della parete. Nella foto il mare oltre la fessura c’era, piccolo ma nitido. Eppure, fissando lo schermo, mi è venuta voglia di guardarlo direttamente, più in là. Ho abbassato lo smartphone all’altezza della vita e mi sono girata verso la roccia con tutto il corpo.
Il mare oltre la fessura occupava una striscia sottilissima, eppure il mio sguardo tornava lì. Ho mosso un dito, quasi per scattare un’altra foto, poi mi sono fermata. In quel momento preferivo guardare ancora un po’ la luce che si muoveva su quella striscia di mare, invece di fare un’altra foto.
Seguendo con gli occhi le crepe della parete una per una, ho visto tante linee oblique che si incrociavano. In alcuni punti la roccia si era staccata lungo quelle linee e lì l’ombra era più profonda. A quanto pare, le onde del Mar del Giappone e i venti invernali hanno eroso il granito della costa di Uradome seguendo fratture e faglie. Gli archi e gli scogli isolati si sono formati così. Proprio come avevo sentito dire in estate, quel passaggio stretto davanti a me non era una semplice fessura, ma un varco aperto dalle onde nel corso di moltissimo tempo.
Mi sono accovacciata e ho raccolto un po’ di sabbia nel palmo: c’erano granelli trasparenti e altri più opachi, biancastri. A quanto pare, in questa spiaggia la sabbia contiene molto feldspato e quarzo, i minerali che formano il granito. Quindi, in origine, la sabbia e la parete erano un’unica roccia. Continuavo a guardare alternativamente la roccia e il palmo, lasciando scivolare la sabbia tra le dita. Piano piano la parete si era sgretolata, e adesso ne avevo un po’ sul palmo sotto forma di sabbia. A pensarci, persino la sabbia più comune mi è sembrata parte di un viaggio lunghissimo.
Si è alzato il vento e ho chiuso la giacca. Il vento che arriva dal Mar del Giappone è un po’ freddo anche in ottobre. D’inverno soffia ancora più forte, colpendo queste rocce migliaia e migliaia di volte. Forse la spiaggia tranquilla che vedevo quel giorno era solo uno dei tanti volti che mostra nel corso del tempo.
Quella sera alla locanda hanno servito i germogli di makomo di Iwami. Erano croccanti, con una dolcezza appena accennata. Ricordavano un po’ i germogli di bambù, ma avevano qualcosa di diverso. Mentre cercavo seriamente il paragone giusto per quella consistenza nuova, il piatto era già vuoto. Ho chiesto al personale della locanda di prepararmi l’akagarei in umido. Ho gustato fino all’ultimo boccone la carne, insaporita da una salsa dolce e salata, insieme al riso.
Prima di dormire ho riguardato le foto del pomeriggio. Il mare oltre la fessura era piccolo, ma si vedevano bene perfino le linee delle crepe nella roccia; così mi sono tornati in mente i punti che avevo seguito sulla spiaggia. Mi sembrava di sentire ancora sul palmo la ruvidità della sabbia.
InvernoFebbraio
Finché non ho imparato a distinguere il rumore delle onde che arrivano da quello delle onde che si ritirano
In inverno sul Mar del Giappone soffiano forti venti stagionali, così il mio viaggio di 3 notti a San’in, in febbraio, è cominciato con l’attesa di una giornata meno ventosa. Dalla finestra della locanda guardavo il mare e continuavo a chiedermi quando si sarebbe calmato il vento. Il primo e il secondo giorno sono passati così; a tarda mattinata del terzo, finalmente sono riuscita ad andare a Kamogaiso. Con la berlina rossa a trazione integrale con cui ero partita da Tokyo, ho affrontato le curve della strada prefetturale 155 molto più lentamente che in estate.
Ho lasciato l’auto al parcheggio e sono scesa sulla spiaggia lungo il sentiero. Indossavo un cappotto imbottito bianco e una sciarpa color cammello; con le mani guantate tenevo un thermos. Mi sono fermata sulla sabbia asciutta e ho guardato la schiuma sottile avanzare e poi ritirarsi davanti a me. D’estate guardavo soprattutto i sassi sotto l’acqua; quel giorno, invece, le nuvole si riflettevano sulla superficie e, con il movimento delle onde, la zona vicino alle rocce si illuminava e si oscurava. Ero sulla stessa spiaggia, eppure guardavo tutt’altro.
Mi chiedevo fin dove sarebbe arrivata la schiuma. Con la punta dello stivale ho tracciato una linea nella sabbia per vedere se l’onda l’avrebbe superata. La prima non ci è arrivata. La seconda si è fermata appena prima. La terza l’ha oltrepassata di pochissimo, poi si è ritirata. Non so perché, ma mi è sembrato di aver vinto io.
La spiaggia d’inverno era molto più silenziosa che d’estate. Sentivo solo le onde e i miei passi sulla sabbia. A quanto pare, il granito di Uradome si è formato circa 30 milioni di anni fa, quando il Mar del Giappone non esisteva ancora e questa zona faceva parte del continente. Pensare che quelle rocce fossero qui prima ancora del mare... Chissà quanti inverni sono passati in 30 milioni di anni. Ho provato a contarli, ma mi sono arresa appena ho pensato a tutte quelle cifre.
Quando il sole è spuntato tra le nuvole, una chiazza della superficie del mare si è illuminata all’improvviso. La zona di luce si spostava piano verso l’arco nella roccia, seguendo il movimento delle onde. Pensavo che il mare d’inverno fosse più cupo; invece ci sono momenti in cui la luce gioca così sull’acqua. Ho seguito quella chiazza luminosa girando la testa da una parte all’altra.
A un certo punto mi sono accorta che anche le onde avevano il loro ritmo. Quando arrivavano, sentivo un rumore basso di sabbia che striscia; quando si ritiravano, la schiuma faceva piccoli crepitii. Con il thermos stretto al petto ho chiuso gli occhi e ho aspettato, affidandomi solo all’udito. «Adesso si ritira», ho sussurrato. Quando ho riaperto gli occhi, la schiuma stava proprio scomparendo nella sabbia. Indovinato. Non c’era nessuno a vedermi, ma sotto la sciarpa mi sono ritrovata a sorridere.
Quando sono tornata in auto e ho acceso il riscaldamento, le spalle rigide si sono rilassate. Fuori dal finestrino il mare non si vedeva più, eppure nella mia testa continuava il ritmo dell’onda che arrivava e poi si ritirava.
Quella sera alla locanda c’era il granchio Matsuba di Iwami: bollito, nel nabe, alla griglia o come sashimi. Mi hanno chiesto quale preferissi; ho cominciato a contare le opzioni sulle dita, ma non riuscivo a decidere. Alla fine ho scelto granchio bollito e nabe. Quando la polpa è scivolata fuori dal guscio, mi è scappato un «È uscito!». Mi sono vergognata e poi ho mangiato in silenzio. Era così buono che non riuscivo a dire altro. Non c’era più posto per il pesce babachan, né cotto in umido né in zuppa: sarà il compito per il prossimo inverno.
I racconti sono opere di fantasia ispirate a questo luogo. Per informazioni precise, può consultare i siti ufficiali del turismo e di informazione.
Lungo la costa di Uradome, di notte
Immagini di questo luogo11 imm.
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Specialità da assaggiare in viaggio
Ostrica di scoglio Natsuki
È una specialità estiva di Iwami, di stagione da giugno ad agosto. L’ho mangiata a pranzo durante il mio viaggio estivo: la polpa, soda e succosa, sprigionava un sapore intenso di mare.
Gambero mosaebi
È uno dei prodotti inclusi nelle «otto specialità di Iwami» ed è di stagione da marzo a maggio. L’ho assaggiato a pranzo in primavera e la sua dolcezza intensa e avvolgente mi ha fatto chiudere gli occhi.
Calamaro bianco di Iwami
Il calamaro bianco di Iwami è di stagione da giugno a novembre. In estate ho esitato fino all’ultimo tra questo e l’ostrica di scoglio, ma quel giorno ho scelto l’ostrica. La prossima estate voglio proprio assaggiarlo.
Germogli di makomo di Iwami
Sono di stagione da ottobre a novembre. Sono croccanti, delicati e appena dolci. Li ho assaggiati a cena alla locanda in autunno e mi hanno conquistata con quella consistenza tutta nuova.
Granchio Matsuba
Il granchio Matsuba di Iwami è di stagione da novembre a marzo. D’inverno alla locanda l’ho preso bollito e nel nabe. Quando la polpa è scivolata fuori dal guscio, mi è scappato un gridolino di gioia.
Cosa vedere
Acqua limpida fino ai sassi
L’acqua bassa di Kamogaiso è così limpida che, quando l’onda si ritira, si distinguono perfino le forme dei sassi sul fondo. Nella sabbia ci sono grossi granelli di quarzo e, quando batte il sole, brilla anche la sabbia sotto i piedi.
Rocce scolpite dal mare
Le onde del Mar del Giappone e i venti invernali hanno eroso il granito lungo fratture e faglie, creando archi marini e scogli isolati. Dove si intravede il mare oltre una fessura nella roccia, c’è un passaggio che le onde hanno aperto lentamente nel corso del tempo.
Dati del percorso e del luogo
Come arrivare da Tokyo
- Da Tokyo
- Circa 690 kmCirca 8 ore in auto, passando per l’autostrada Shin-Tōmei e altre strade
- Svincolo autostradale
- Svincolo di Uradome (autostrada San’in Kinki)Circa 6 km e 10 minuti fino al parcheggio del belvedere di Kamogaiso
- Come raggiungere la spiaggia
- Strada prefetturale 155Lasci l’auto al parcheggio e scenda alla spiaggia lungo il sentiero pedonale
Sentiero del Geoparco San’in Kaigan · percorso 8
- Lunghezza totale del percorso
- 3,9km
- Dislivello del percorso
- Circa 90 m
Il sentiero parte dall’imbarcadero, passa per Ajiro e Kamogaiso e arriva al parcheggio della costa di Jōbara.
Il tempo indicativo a piedi per il percorso 8, che passa da Kamogaiso, è di 90 minuti. In tutte e 4 le mie visite ho finito per fermarmi a guardare il mare dalla spiaggia; la prossima volta voglio provare a percorrere il sentiero.
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Se questo articolo le è piaciuto, dia un’occhiata anche a questi luoghi: sono tornata più volte in ognuno, in stagioni diverse.
Mappe e fonti
Fonti ufficiali consultate
- Associazione turistica della prefettura di Tottori · costa di Uradome (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica del comune di Iwami · Kamogaiso (si apre in una nuova scheda)
- Geoparco San’in Kaigan · sentiero, percorso 8 (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica del comune di Iwami · Otto specialità di Iwami (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica del comune di Iwami · I consigli (si apre in una nuova scheda)
- Geoparco San’in Kaigan · dintorni della costa di Uradome (si apre in una nuova scheda)