Nagano · Shiojiri
Camminavo guardando dove mettevo i piedi; quando ho alzato gli occhi, davanti a me si susseguivano le montagne Una mattina di giugno sull’altopiano di Takabocchi, tra praterie e creste lontane
Quando alzo lo sguardo dal sentiero sassoso, vedo le montagne susseguirsi oltre la prateria. Che io cammini, mi fermi o imbracci la macchina fotografica, viene voglia di restare ancora un po’ davanti a questo panorama immenso.
Scelga una scheda fra primavera, inizio estate e autunno per leggere i miei racconti sull’altopiano. Rilegga la giornata di primavera in cui ho sentito il vento, la passeggiata di inizio estate e la mattina d’autunno passata a fotografare.
PrimaveraA metà giornata, a fine maggio
Chiudo la giacca e guardo oltre la prateria
Sono partita da Ariake per una gita in giornata sull’altopiano di Takabocchi: lassù la primavera arriva più tardi che in città. Ho preso l’autostrada con la mia cabriolet rossa fino all’uscita di Shiojiri; da lì restano circa 13 km fino all’altopiano. Dopo aver risalito tutta la strada di montagna, ho parcheggiato al parcheggio n. 1, accanto al vecchio ippodromo.
Camminavo sul sentiero di pietra, dove qua e là spuntavano massi piuttosto grossi; con la punta degli stivali cercavo di capire dove appoggiare i piedi. Ho urtato più volte gli spigoli delle pietre e, ogni volta, ho accorciato il passo. A metà giornata, verso la fine di maggio, guardando dove mettevo i piedi sono arrivata davanti a un paletto di legno; quando ho alzato lo sguardo, oltre si stendeva la prateria. Ho smesso di camminare e mi sono fermata lì a riprendere fiato.
Il vento si infilava tra i lembi della giacca, così l’ho chiusa con una mano. La giacca leggera che in città era perfetta qui mi faceva sentire al riparo. Ogni volta che i capelli mi sfioravano la guancia capivo da che parte soffiava il vento: veniva dalla montagna, mi sono detta, voltandomi in quella direzione. Quando rinforzava, tutte le punte dell’erba si piegavano insieme.
Mi ero messa a cercare fiori tra l’erba, ma le azalee renge-tsutsuji danno il meglio a giugno. A quanto pare, sull’altopiano i primi germogli spuntano intorno alla Golden Week. Oggi, tra l’erba secca, si intravedono solo ciuffi di verde. Mi sono accovacciata a guardare: dalla base degli steli secchi spuntavano parecchie foglioline sottili. Camminando un po’ lungo la corda, sono arrivata sopra un tappeto d’erba secca, piegata e sovrapposta. Ne ho preso un filo tra le dita: era più leggero e scricchiolante di quanto pensassi. Appena l’ho lasciato, il vento se l’è portato via.
Oltre la corda verde tesa fra i pali c’è la prateria bassa e, più in là, si susseguono i profili delle montagne. In cielo sono sospese diverse nuvole bianche; le loro ombre si muovono lentamente sull’erba. Quando passa un’ombra, l’erba si scurisce e, non appena se ne va, torna chiara. Mi sono scelta come riferimento la torre sottile in lontananza: così capivo bene in che direzione si spostavano le ombre e, davanti al paletto, mi sono ritrovata a seguire con gli occhi quella successiva.
Si racconta che Takabocchi prenda il nome dal gigante Daidarabotchi, che qui si sedette per riposare. Guardando l’altopiano che si stende dolcemente davanti a me, riesco davvero a immaginare qualcuno di enorme seduto a riprendere fiato. Davanti al paletto mi sono sentita un gigante e ho fatto un respiro profondo, bello ampio. Se immagino il gigante seduto, forse quel punto più basso è il ginocchio e il rilievo più in là la spalla: ho provato a confrontare le montagne con la sua sagoma.
Sulla via del ritorno ho guardato l’ex ippodromo accanto al parcheggio n. 1. Un tempo qui correvano i cavalli. Mi sono chiesta sul serio, guardando il terreno, se facessero il giro in senso orario o antiorario su un altopiano così alto. Non sono arrivata a una risposta; intanto ero di nuovo al parcheggio.
Quando sono tornata alla macchina, avevo fili d’erba secca attaccati alle punte degli stivali. Prima di salire al posto di guida, li ho tolti uno a uno e li ho lasciati cadere sull’erba. Sulla punta delle dita sentivo ancora la consistenza secca e ruvida dell’erba che avevo raccolto poco prima.
EstateUna mattina di giugno
Un passo dopo l’altro, fino alla prateria immensa
Era giugno, la stagione delle azalee renge-tsutsuji, e volevo camminare sull’altopiano di Takabocchi fin dal mattino; per questo avevo passato la notte prima a Shiojiri. Ero arrivata da Ariake con la mia cabriolet rossa e quella mattina sono salita sull’altopiano per prima cosa. Ho risalito la strada di montagna e ho lasciato l’auto al parcheggio n. 2, vicino all’accesso alla vetta. Da lì ho cominciato a seguire il sentiero verso la cima. L’aria del mattino entrava dai polsini della felpa e mi svegliava più di quando ero in auto. Per terra c’erano pietre sparse, così avanzavo scegliendo dove appoggiare i piedi.
Oltre la corda tesa fra i paletti di legno, la prateria si stende dolcemente. L’erba vicina si distingue bene, mentre le montagne lontane si sovrappongono e perdono i contorni. Fino a un attimo prima guardavo solo la punta delle scarpe: quando ho alzato gli occhi, la vastità mi ha fatta fermare per un momento.
Giugno è il mese in cui viene voglia di vedere le azalee renge-tsutsuji. Sul pendio della zona in cui camminavo mi è capitato di notare piccoli gruppi di fiori. Più che avvicinarmi per guardarli da vicino, volevo ammirare tutta la prateria dal sentiero. Era come se il vento attraversasse insieme i punti in fiore e quelli coperti solo d’erba.
Sentivo i sassolini battere contro le scarpe bianche, e ogni pochi passi cambiava anche l’angolo da cui mi apparivano le montagne. Di quella mattina ricordo più i momenti in cui mi sono fermata che la strada fatta. Ho tirato fuori dalla borsa qualcosa da bere e, dopo un sorso, mi sono detta che non c’era bisogno di affrettarmi.
Il sentiero verso la vetta sale dolcemente; ogni volta che mi volto, il tratto percorso e il parcheggio diventano un po’ più piccoli. Quando ho cominciato ad avere il fiato un po’ corto, il cielo oltre la prateria si è aperto di colpo.
Una volta arrivata in cima, il panorama si è aperto tutto intorno a me, a 360°. Da qui si vedono le Alpi settentrionali, il lago Suwa, le Alpi meridionali e perfino il monte Fuji, a quanto pare. Ho visto brillare la superficie del lago fra i profili montuosi in lontananza e mi è scappato: «Ah, il lago Suwa!» Ho provato a individuare con un dito la zona di Shiojiri, dove avevo dormito la sera prima, ma da quella parte le montagne mi coprivano la vista.
Dall’inizio dell’estate all’autunno vengono portate al pascolo anche le vacche da latte. Mentre scendevo dalla cima, ho visto mucche che brucavano in lontananza, nella prateria. Che camminassi o mi fermassi, a loro non importava affatto: continuavano a tenere la testa bassa. A guardarle così tranquille, ho finito per rallentare anch’io. Mi piaceva anche guardare il vento che correva sulla prateria dove pascolavano.
A pranzo sono scesa in città, a Shiojiri, e ho mangiato il sanzoku-yaki al Chūshin Kaikan Rindō, a Daimon Ichibancho. È una coscia intera di pollo, cosparsa di fecola di patate e fritta. Al primo morso, la crosticina ha scricchiolato e il profumo della salsa all’aglio e allo zenzero si è sprigionato tutto insieme. Dopo una camminata sull’altopiano, questa porzione così generosa era proprio quello che ci voleva.
Uscita dal ristorante, ho alzato gli occhi verso le montagne dell’altopiano, dove ero stata fino a poco prima. Mi sembrava passato un sacco di tempo da quando avevo camminato nella prateria e guardato le mucche, lassù. Dopo aver lasciato Shiojiri, non restava che tornare ad Ariake. Sulla strada di montagna, ripensando al rumore croccante della crosticina del sanzoku-yaki, sentivo che mi sarebbe tornata fame.
AutunnoUna mattina di fine ottobre
Sulla prateria secca vedevo la strada del vento
A fine ottobre sono venuta da Ariake per una gita in giornata: volevo fotografare l’altopiano di Takabocchi quando la prateria comincia a seccarsi. Ho guidato la mia cabriolet rossa fino all’uscita di Shiojiri, poi ho percorso circa 13 km di strada di montagna in salita. Ho parcheggiato al parcheggio n. 2, vicino all’accesso alla vetta, e mi sono diretta al sentiero di pietra. Dopo pochi passi ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica. Oltre i paletti di legno si stendeva la prateria secca, con le montagne sovrapposte sullo sfondo.
Il verde che ricordavo da inizio estate aveva lasciato il posto ai toni secchi dell’autunno. Quando soffiava il vento, tutta l’erba si piegava nella stessa direzione e un disegno ondulato attraversava il pendio. Prima ancora di preparare la macchina fotografica, ho guardato più e più volte quelle onde attraversare il pendio.
Davanti alla corda mi sono accovacciata e ho sentito l’erba secca sfregare al vento con un fruscio lieve e continuo. A inizio estate, con l’erba ancora morbida, non avevo sentito niente del genere. Mentre ascoltavo a occhi chiusi, ogni volta che il vento rinforzava, il fruscio si spostava da destra a sinistra. Mi sembrava di poter seguire con l’udito il percorso delle onde che avevo appena visto passare. Poi ho fotografato i paletti che si allineavano verso il fondo della prateria: la foto aveva più profondità di quanto pensassi.
Sotto la giacca avevo la solita felpa color lavanda. L’aria del mattino era ancora fredda e mi si intirizzivano le dita attorno alla fotocamera. Dopo ogni scatto mi infilavo le mani nelle maniche della felpa e, appena si scaldavano, riprendevo a fotografare. Mi sa che avrei finito per allargare i polsini, così a un certo punto ho deciso di scaldarmi le mani nelle tasche della giacca.
Arrivata in cima, questa volta ho puntato l’obiettivo verso le Alpi settentrionali. L’aria d’autunno era limpida e ogni cresta si vedeva con nitidezza. Rispetto all’inizio dell’estate, le montagne lontane sembravano molto più vicine. Per non far pendere le creste nell’inquadratura, ho premuto i gomiti contro il corpo e ho scattato.
Da qui, da metà ottobre fino alla chiusura invernale della strada, a volte si può vedere il mare di nuvole. Si dice che il momento migliore sia prima dell’alba, nelle giornate fredde e serene con poco vento. L’orario ideale pare essere quello compreso fra 30 minuti prima e 30 minuti dopo il sorgere del sole. Oggi sono arrivata in mattinata, così, invece delle nuvole, ho deciso di fotografare la prateria secca e le creste nitide.
Sulla via del ritorno al parcheggio mi sono accorta che la mia ombra sul sentiero di pietra era lunghissima. A fine ottobre il sole è già basso e, rispetto a quando ero venuta a inizio estate, non è cambiato solo il colore dell’erba: è diversa anche la lunghezza delle ombre. Mi è venuta voglia di fotografare anche la mia: sulle pietre si allungava sottile, con la fotocamera alzata. Dopo aver scattato, ho ripreso il sentiero.
Accanto all’auto ho scorso le foto sul display della macchina fotografica: un solo scatto aveva catturato l’attimo in cui l’erba si piegava come un’onda. Era proprio quella scena che avevo lasciato passare tante volte prima di inquadrare. Non l’avevo cercata, eppure era diventata la foto più autunnale della giornata. Ho deciso che sarebbe stata la prima da mostrare alla mia amica con cui faccio giri in auto.
I racconti sono opere di fantasia ispirate a questo luogo. Per informazioni precise, può consultare i siti ufficiali del turismo e di informazione.
Immagini di questo luogo3 imm.
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Nagano · Shiojiri · Primavera
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Nagano · Shiojiri · Inizio estate
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Nagano · Shiojiri · Autunno
Specialità locale
Sanzoku-yaki di Shiojiri
Una coscia di pollo intera, marinata in una salsa profumata all’aglio e allo zenzero e poi fritta. Dopo una passeggiata sull’altopiano, mi viene voglia di mangiarla a Shiojiri.
Cosa vedere
Dalla prateria ai profili delle montagne
Dopo aver camminato sul sentiero di pietra, ho alzato lo sguardo: le creste proseguivano oltre la prateria. Ero tutta concentrata sulle pietre sotto i piedi, così quel panorama immenso mi ha colta di sorpresa.
Le azalee renge-tsutsuji di giugno
Il mese migliore per ammirare i fiori sull’altopiano è giugno. Dal sentiero percorso a inizio estate ho visto piccoli gruppi di fiori sul pendio e mi sono fermata a contemplarli nel panorama della prateria.
Informazioni sulla strada
Dall’uscita di Shiojiri all’altopiano di Takabocchi
- Distanza dall’uscita di Shiojiri all’altopiano
- 13km
- Altitudine del monte Takabocchi
- 1665m
Dal centro abitato si sale verso l’altopiano; una volta parcheggiata l’auto, si prosegue a piedi fino alla cima.
Secondo le indicazioni dell’associazione turistica, l’altopiano dista 13 km; il monte Takabocchi è alto 1665 m. Mi piace includere nel viaggio anche il tempo per camminare dopo aver lasciato l’auto.
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Mappe e fonti
Fonti ufficiali consultate
- Ente del turismo della prefettura di Nagano · Altopiano di Takabocchi (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica della città di Shiojiri · Altopiano di Takabocchi (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica della città di Shiojiri · Altopiano di Takabocchi a inizio estate (pubblicato nel 2025) (si apre in una nuova scheda)
- Associazione turistica della città di Shiojiri · Locali che servono il sanzoku-yaki (si apre in una nuova scheda)