Tochigi · Nikkō
Nikkō Un viaggio tra ciliegi, cascate e curve
Il Kongō-zakura del Rinnō-ji, la cascata Kegon-no-taki d’estate e d’inverno, Iroha-zaka vista da Akechidaira. Qui racconto le mie deviazioni stagionali, in luoghi diversi di Nikkō.
In primavera ci sono i ciliegi, d’estate la nebbiolina della cascata, in autunno le curve tra le foglie colorate e d’inverno la cascata circondata dal ghiaccio. Può aprire uno dei miei quattro viaggi a Nikkō scegliendo la stagione che preferisce.
PrimaveraDa fine aprile ai primi di maggio
Sotto il Kongō-zakura, continuavo a guardare in alto
A fine aprile ho lasciato l’auto nel parcheggio n. 1 del Rinnō-ji e sono andata a vedere il Kongō-zakura. Quando l’ho guardato dal basso, prima ancora dei fiori mi ha colpito il tronco enorme. Intorno ai rami c’erano diversi pali di sostegno, sopra i quali si aprivano i fiori bianchi. Ero venuta pensando di ammirare i fiori da lontano, ma più mi avvicinavo, più mi incuriosiva tutto l’albero.
Ho intrecciato le mani dietro la schiena e ho seguito con lo sguardo i rami fino alle punte. Avrei voluto includere nella foto anche il tempio, ma in quel momento preferivo continuare a guardare in alto, invece di tirare fuori il telefono. Tra i fiori si intravedeva il cielo; bastava muovere appena il collo perché il panorama cambiasse.
Mentre confrontavo i rami più bassi con quelli più alti, mi veniva voglia di osservarli tutti per bene prima di andare via. Volevo ricontrollare un fiore che avevo già visto, ma lo sguardo mi è caduto su un altro ramo. Avevo ancora in programma una passeggiata, eppure rischiavo di passare qui un sacco di tempo.
Guardando da vicino le punte dei rami, ho notato che i boccioli ancora chiusi erano rosa e i fiori sbocciati bianchi. Sullo stesso ramo il colore cambiava poco a poco. Vedere i boccioli aprirsi uno dopo l’altro mi ha riempita di gioia; davanti a un ramo basso stavo quasi per accovacciarmi a guardare ancora un po’.
A quanto pare, il Kongō-zakura è nato da una mutazione spontanea del ciliegio di montagna. Fu trapiantato qui nel 14º anno dell’era Meiji. È alto circa 10 m e il tronco è largo circa 5,7 m. Dopo aver sentito queste misure, guardando il tronco ho capito bene quanto i numerosi pali sorreggano con delicatezza questo grande albero. È vissuto per quasi 500 anni, e ancora oggi le persone si prendono cura di lui.
Il nome Kongō deriva dal nome postumo dato a un monzeki dopo la sua morte. Si tramanda anche che, dopo il trapianto, quando il monzeki recitò i sutra, dalla base spuntò un nuovo tronco. Mi sono ritrovata a chinarmi verso le radici per cercare di capire quale fosse.
Mi sono ricordata delle foto che volevo mostrare alla mia amica con cui faccio giri in auto e, finalmente, ho tirato fuori il telefono. Ho scattato un primo dettaglio dei fiori e poi un’altra foto con dentro anche i pali e il tronco. Ero indecisa su quale mostrarle, ma alla fine ho pensato che avrei potuto scegliere una volta tornata a casa.
Dopo aver finito di scattare, mi sono ricordata di quello che avevo appena sentito e ho ricominciato a contare i tronchi che spuntavano dalle radici. Uno grosso, uno sottile, uno appoggiato a un sostegno… Prima ancora di finire il conto, mi è venuta in mente un’altra cosa da raccontare alla mia amica.
Prima di scegliere le foto, sono entrata anche nel padiglione del tempio per pregare. Quando mi sono voltata dopo aver congiunto le mani, il ciliegio che fino a un attimo prima guardavo dal basso si stagliava accanto al tetto del padiglione. Ero venuta per il ciliegio, ma volevo portarmi a casa il ricordo di tutto il tempio.
Mi sono allontanata un po’ dal Kongō-zakura e mi sono voltata: ora vedevo insieme i fiori e il padiglione. All’arrivo mi ero diretta dritta verso il ciliegio, ma mi è piaciuta anche la vista mentre andavo via. Racconterò alla mia amica che non riuscivo a scegliere le foto e che continuavo a guardare in alto.
EstateD’estate, alla cascata tra il verde
La nebbiolina della cascata ha aggiunto una foto alla collezione della mia amica
Ho lasciato l’auto nel parcheggio n. 1 di Kegon-no-taki e sono andata con la mia amica con cui faccio giri in auto verso l’ascensore. Dal parcheggio ci vogliono circa 2–3 minuti a piedi. L’ascensore scende per ben 100 m dentro la roccia e in circa un minuto arriva al passaggio sotterraneo. Quando ho saputo che è in funzione dal 1930, mi è venuto un po’ di batticuore appena si sono chiuse le porte.
Dopo aver attraversato il passaggio, sono uscita sulla terrazza panoramica sulla cascata. Per prima cosa mi sono fermata ad ascoltare il rumore dell’acqua che precipitava. La mia amica era poco più in là, con lo smartphone pronto; io mi sono avvicinata alla balaustra e ho seguito con gli occhi il corso della cascata dall’alto in basso.
Mentre la guardavo a lungo, una nebbiolina mi è arrivata addosso e ho chiuso gli occhi d’istinto. Il freddo mi ha sorpresa: d’istinto mi sono portata una mano alla guancia. Ero vestita per l’estate, ma l’acqua sul viso era così fresca.
Quando ho riaperto gli occhi, la mia amica stava ridendo con il telefono ancora in mano. Le ho chiesto: «Hai scattato proprio adesso?» e mi ha risposto subito: «Sì, ho fatto in tempo». Ero venuta per ammirare il paesaggio, e invece anche il momento in cui mi sono spaventata è finito nelle foto di oggi.
Quando ho sbirciato lo schermo della mia amica, avevo un’espressione che faceva ridere persino me. Le ho detto: «Mi raccomando, inquadra bene anche la cascata», e lei: «Si vede benissimo alle tue spalle». Ci aveva già pensato, prima ancora che glielo chiedessi.
La terrazza panoramica è molto più vicina alla cascata di quanto immaginassi. Il fragore dell’acqua mi rimbombava fin dentro lo stomaco; per parlare con la mia amica accanto a me dovevo alzare un po’ la voce. Da qui la cascata fa tutt’altro effetto rispetto a quando la si guarda dall’alto.
Dalla terrazza si vedono da vicino la cascata Kegon-no-taki e il suo bacino, le cascatelle Jūni-taki e la parete rocciosa. Sulla parete alla mia destra si vede una formazione colonnare, con tanti prismi di roccia a sezione poligonale affiancati; anche nel verde fitto dell’estate risaltava chiaramente. Ero stata così presa dalla cascata che quasi non mi ero accorta che anche la forma delle rocce meritava attenzione.
A quanto pare, la cascata Kegon-no-taki segna il punto più a monte del corso d’acqua che dal lago Chūzenji prosegue nel fiume Daiyagawa. L’acqua che precipitava proprio davanti a me sarebbe poi arrivata verso la città di Nikkō. Guardando giù nel bacino della cascata, ho pensato che persino la nebbiolina che mi aveva bagnato il viso fosse l’inizio di un lungo viaggio.
Mi sono voltata di nuovo verso la cascata e questa volta ho seguito con lo sguardo anche il corso dell’acqua più in basso. Alternando lo sguardo tra la scena vicina alla cascata e la distesa di alberi intorno, mi dispiaceva dover andare via. Volevo ricordare anche la forza della cascata, non soltanto il mio viso sorpreso nelle foto.
Nell’ascensore per risalire mi sono accorta che avevo le punte dei capelli un po’ umide. Eppure la nebbiolina mi aveva bagnata solo per un istante. La mia amica ha cominciato a sorridere maliziosamente: «Bel ricordo, eh?». Allora anch’io, decisa a non cedere, le ho chiesto con tutta serietà di mandarmi la foto.
Sulla via del ritorno ho riguardato le foto della mia amica e mi è tornata in mente persino la sensazione della nebbiolina sul viso. Pensavo di guardare la cascata con aria tranquilla, ma nella foto non sembra affatto. Eppure, quando ripenserò all’estate a Nikkō, credo che sarà proprio questa la prima immagine che mi verrà in mente.
AutunnoIn autunno, tra i colori di Iroha-zaka
Indicavo alla mia amica la curva che avrei percorso dopo
Iroha-zaka collega il centro di Nikkō al lago Chūzenji e a Oku-Nikkō. Lungo la seconda Iroha-zaka, in salita, a ogni curva c’è un cartello con «I», «Ro» e «Ha»: a ogni svolta compare la lettera successiva. Mi piacciono i cartelli delle strade statali e, pur tenendo gli occhi sulla strada e le mani sul volante, non riuscivo a non seguire con la coda dell’occhio l’ordine delle lettere. Il periodo migliore per ammirare il foliage va da metà ottobre ai primi di novembre e oggi la montagna era proprio nel pieno dei colori autunnali.
Sono salita lungo Iroha-zaka e ho lasciato l’auto ad Akechidaira. Mentre guidavo tenevo lo sguardo sulla strada e stringevo di nuovo il volante a ogni curva. Sapere che avrei potuto ammirare il percorso dall’esterno mi faceva battere il cuore, anche dopo essere scesa dall’auto.
Sul pendio davanti a me si vedevano diversi tratti di strada che attraversavano i colori d’autunno. Fino a poco prima avevo guardato la montagna dal finestrino; ora potevo abbracciarla tutta con lo sguardo. La mia amica con cui faccio giri in auto era poco più in là con una lattina di caffè in mano e mi ascoltava.
Ho indicato la strada e ho detto: «Chissà, forse dopo passerò di lì». A quel punto mi sono venute in mente altre cose da raccontare: lì c’è una curva, e poi la strada continua ancora. Ero venuta a guardare il panorama e, senza accorgermene, parlavo già del giro in auto del ritorno.
La mia amica mi ha presa in giro: «Ti immagini già al volante?». Mi sono sentita un po’ in imbarazzo. Ero ancora lì in piedi, ma a quanto pare con la mente ero già oltre la curva. Dopo che me l’ha fatto notare, mi sono messa a osservare con calma anche gli alberi intorno alla strada.
Quando ho scattato la foto, ho deciso di includere anche il tratto che avevo appena indicato. Una volta a casa, riguardandola, avrei potuto pensare: «È proprio la strada che ho percorso dopo». Speravo che restasse il ricordo di quella giornata: non solo i colori d’autunno, ma anche la curiosità per il tratto successivo.
Quando siamo tornate alle auto, la mia amica è ripartita per prima e io l’ho seguita con la mia auto rossa. Ho riportato lo sguardo sulla strada e ho stretto il volante: il tempo passato ad ammirare il panorama si è trasformato nel piacere di guidare. Per tutto il tragitto del ritorno ero impaziente di scoprire cosa mi avrebbe aspettata dopo la curva successiva.
Appena ho cominciato a scendere, a ogni curva cambiava la direzione della luce che filtrava tra gli alberi. Con gli occhi sulla strada e le mani sul volante, mi piaceva attraversare un tratto illuminato e subito dopo uno in ombra. L’auto della mia amica davanti a me compariva e spariva oltre le curve.
Sulla prima Iroha-zaka, tornando indietro, ho lasciato l’auto nel parcheggio del belvedere di Ken-ga-mine. Da lì si vedono le cascate Hōtō-no-taki e Hannya-no-taki. Fino a poco prima guardavo soltanto la strada, ma lì mi hanno catturata le due cascate che scendevano tra i monti coperti di foglie autunnali. Anche la mia amica, con la lattina di caffè in mano, le guardava in silenzio.
Ripartita da Ken-ga-mine, vedevo avvicinarsi la fine della sequenza dei cartelli. Quando ho superato l’ultima curva e ho scorto il centro di Nikkō, mi è venuto un po’ di malinconia. In salita mi ero goduta la strada e in discesa avevo incontrato le cascate. Iroha-zaka racchiude così tante cose da scoprire in un unico percorso.
InvernoD’inverno, il ghiaccio blu alla cascata Kegon-no-taki
Ho guardato la cascata d’inverno con la mano guantata sulla guancia
In una giornata di sole di gennaio, con la neve in giro, ho preso la berlina rossa a trazione integrale per andare alla cascata Kegon-no-taki. Ho tenuto gli occhi sulla strada e le mani sul volante, poi ho parcheggiato al parcheggio n. 1. Da lì ci vogliono 2–3 minuti a piedi per raggiungere l’ascensore, che scende per 100 m dentro la roccia. L’avevo già preso d’estate, ma in inverno quel minuto prima che si aprissero le porte mi è sembrato stranamente lungo. Dopo aver attraversato il passaggio sotterraneo, sono arrivata alla terrazza panoramica e una folata d’aria gelida mi ha investito il viso.
Quando mi sono trovata davanti alla cascata Kegon-no-taki d’inverno, mi sono fermata di colpo. Intorno alla cascata si stendeva il ghiaccio, e la scena era completamente diversa da quella che avevo visto d’estate. Avevo messo il berretto e la sciarpa, ma prima ancora di sentire il freddo mi ha travolta la sorpresa per il paesaggio.
Ho accostato alla guancia la mano coperta dal guanto e ho seguito con lo sguardo la cascata dall’alto in basso. L’acqua continuava a scorrere e, proprio accanto, il ghiaccio restava immobile. Ascoltando il fragore dell’acqua mentre osservavo il ghiaccio, ho cominciato a sentire davvero che ero tornata nello stesso posto.
Sulla balaustra della terrazza panoramica si era accumulata la neve; il mio fiato diventava una nuvoletta bianca e poi svaniva. Il rumore era lo stesso dell’estate, eppure il paesaggio era così diverso. Mi sembrava che occhi e orecchie si trovassero in stagioni diverse: una sensazione piuttosto insolita.
A quanto pare, a gelare intorno alla cascata sono le cascatelle Jūni-taki. Si ghiacciano tra gennaio e febbraio e il ghiaccio viene chiamato «ghiaccio blu». Il flusso principale continua a scorrere, mentre tutto intorno sembra che il tempo si sia fermato. Mi è parso di intravedere una sfumatura azzurra nel ghiaccio e ho socchiuso gli occhi d’istinto.
D’estate la nebbiolina mi aveva sorpresa e la mia amica con cui faccio giri in auto mi aveva fotografata. Allora non avevo pensato a come sarebbe apparso questo posto d’inverno. Al pensiero di mandarle una foto del paesaggio di oggi, non vedevo l’ora di scoprire cosa mi avrebbe risposto.
Sulla parete rocciosa alla mia destra, oggi la formazione colonnare che avevo visto d’estate era coperta di neve e ghiaccio. Il ghiaccio scendeva seguendo i prismi di roccia a sezione poligonale e formava disegni diversi da quelli estivi. La stessa roccia riesce davvero a cambiare aspetto così tanto con le stagioni.
Sulla terrazza panoramica ho provato a cambiare posizione poco alla volta. Bastava spostarsi di mezzo passo perché cambiasse il modo in cui si sovrapponevano i corsi d’acqua, visibili oltre il ghiaccio. Quando ho trovato un punto da cui si vedeva il flusso principale attraverso una fessura, mi è scappato un «Guarda che meraviglia» rivolto alla mia amica, anche se non era lì.
Ho scattato una foto in cui la cascata occupava più o meno lo stesso spazio che nella foto estiva: mi è venuta voglia di metterle a confronto. Allora c’era anche la mia amica, oggi invece mi diverto già all’idea di mostrarle questo paesaggio più tardi. Prima di pensare alle parole da scrivere, vorrei farle vedere la foto e basta.
Quando l’ascensore è risalito, avevo le dita completamente intorpidite. Oggi ho proprio voglia di mangiare qualcosa di caldo. A Oku-Nikkō è segnalato il ristorante Nihon Ryōri Nantai, che propone piatti di yuba preparati con soia locale e acqua di Nikkō. Mi piacerebbe scaldarmi con il gusto delicato della yuba, riguardando le foto dell’estate e dell’inverno.
I racconti sono opere di fantasia ispirate a questo luogo. Per informazioni precise, può consultare i siti ufficiali del turismo e di informazione.
Immagini di questo luogo4 imm.
-
Tochigi · Nikkō · Primavera
-
Tochigi · Nikkō · Estate
-
Tochigi · Nikkō · Autunno
-
Tochigi · Nikkō · Inverno
Specialità locale
La yuba di Nikkō
A Nikkō, la yuba si scrive «湯波». Si raccoglie in un doppio strato, che le dà maggiore spessore, e si può gustare in umido oppure fresca, come sashimi. Dopo aver ammirato i ciliegi o la cascata, mi piacerebbe ritagliarmi del tempo per assaggiare anche la yuba.
Cosa vedere
Il ciliegio Kongō-zakura in primavera al Rinnō-ji
Il Kongō-zakura è un ciliegio dai grandi fiori bianchi, che sbocciano da boccioli rosa, ed è stato designato Monumento naturale nazionale del Giappone. Davanti a un albero dall’età stimata di 500 anni, mi è venuto spontaneo soffermarmi anche sul tronco imponente, non solo sui fiori.
La cascata d’estate e il ghiaccio blu d’inverno
La cascata Kegon-no-taki è larga circa 7 m e alta 97 m. D’estate si può ammirare tra il verde fitto e il flusso impetuoso; d’inverno, le cascatelle intorno gelano e formano il ghiaccio blu. Quando ho rivisto d’inverno il punto in cui d’estate mi aveva sorpresa la nebbiolina, mi sono fermata di nuovo.
La strada tra i colori d’autunno, vista da Akechidaira
Dal belvedere di Akechidaira, lungo la seconda Iroha-zaka, si vede anche la prima. Io indicavo la strada e parlavo soltanto delle curve che avrei percorso al ritorno. Il tempo passato ad ammirare i colori d’autunno finisce per alimentare la voglia di rimettermi al volante.
Dati del percorso
Prima e seconda Iroha-zaka
- Percorsi e soste
- La seconda Iroha-zaka è in salita, la prima in discesa
- Quote e panorami
- Dislivello tra il punto più alto e quello più basso: circa 440 m
Le due strade hanno in tutto 48 curve strette. Dal belvedere di Akechidaira, guardando la prima Iroha-zaka, non vedevo l’ora di percorrerla al ritorno.
Il Kongō-zakura del Rinnō-ji e la cascata Kegon-no-taki
- Percorsi e soste
- In primavera, una tappa al Rinnō-ji; d’estate e d’inverno, alla cascata Kegon-no-taki
- Quote e panorami
- Dislivello della cascata Kegon-no-taki: 97 m
Il ciliegio Kongō-zakura fiorisce tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Mi piacerebbe tornare alla cascata per vederla tra il verde intenso dell’estate e il ghiaccio blu dell’inverno.
Il nome Iroha-zaka richiama le 48 curve, paragonate ai 48 caratteri dell’iroha. Dopo aver percorso la strada, mi viene voglia di guardare ancora le curve e parlare già della prossima.
Altri articoli sui luoghi
Se questo articolo le è piaciuto, dia un’occhiata anche a questi luoghi: sono tornata più volte in ognuno, in stagioni diverse.
Mappe e fonti
Informazioni ufficiali consultate
- «Yuba: qual è la differenza tra 湯葉 e 湯波? Perché è così famosa? 27 negozi di yuba di Nikkō per souvenir e pranzo» | Speciale | Sito ufficiale del turismo di Nikkō, Nikkō Tabi Navi (si apre in una nuova scheda)
- Iroha-zaka | Esperienze e luoghi da visitare | Sito ufficiale del turismo di Nikkō, Nikkō Tabi Navi (si apre in una nuova scheda)
- Il ciliegio Kongō-zakura del Rinnō-ji | Esperienze e luoghi da visitare | Sito ufficiale del turismo di Nikkō, Nikkō Tabi Navi (si apre in una nuova scheda)
- Informazioni sulla cascata Kegon-no-taki – Ascensore della cascata Kegon-no-taki (si apre in una nuova scheda)