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Prefettura di Tochigi, città di Nikkō

Nikkō nelle quattro stagioni

Sulle curve di Iroha-zaka ci sono i cartelli «I», «Ro» e «Ha». Adoro collezionare i cartelli delle strade statali, così prima di partire ho aperto la mappa e mi sono immaginata quelle scritte mentre seguivo le curve. Sono salita fino in cima con calma, tenendo gli occhi sulla strada; poi, dal belvedere, ho guardato dall’alto il percorso del ritorno e il cuore mi ha fatto un balzo al pensiero che avrei potuto affrontare quelle curve anch’io.

Il ciliegio Kongō-zakura del Rinnō-ji, sostenuto da numerosi pali; la protagonista, di spalle, guarda i fiori bianchi a testa in su.
PrimaveraDa fine aprile ai primi di maggio

Il ciliegio Kongō-zakura del Rinnō-ji

A quanto mi hanno detto, il ciliegio Kongō-zakura del Rinnō-ji ha circa 500 anni. Il tronco massiccio e i rami coperti di muschio erano sostenuti da tanti pali. Ha attraversato così tante primavere e continua ancora a fiorire. Pensando a questo, sono rimasta a guardare a lungo i rami sorretti dai pali, sperando che fiorisse anche l’anno prossimo.

Quando si aprono, i boccioli rosa diventano grandi fiori bianchi. Li stavo guardando a testa in su e, senza accorgermene, avevo la bocca spalancata anch’io. Ho rischiato di farmi entrare un petalo in bocca, così l’ho chiusa in fretta, ma non riuscivo a staccare gli occhi dai fiori.

Davanti alla cascata Kegon-no-taki in estate, la protagonista è sorpresa dalla nebbiolina trasportata dal vento; poco più in là, l’amica con cui viaggia in auto riprende la scena con lo smartphone.
Estate

La cascata Kegon-no-taki

Mi sono fermata proprio di fronte alla cascata Kegon-no-taki e ho visto l’acqua precipitare per 97 m. Seguivo con gli occhi il corso della cascata dall’alto in basso, quando una nebbiolina fredda portata dal vento mi è arrivata sul viso; non ho potuto trattenere un gridolino di sorpresa. Era estate, eppure lì faceva fresco: mi si è riempito il cuore al pensiero di essere così vicina alla cascata.

Un po’ più in là, la mia amica con cui faccio giri in auto stava riprendendo quel momento. Rivedendo il video in seguito, mi sono messa a ridere per la faccia che avevo fatto: ero davvero sorpresa. Mi è tornata in mente perfino la sensazione della nebbiolina fredda sul viso, e mi è venuta voglia di tornare davanti a quella cascata.

Dal belvedere di Akechidaira, la protagonista indica con aria fiera le curve della prima Iroha-zaka, che si snodano a più livelli lungo il pendio autunnale; poco più in là, la sua amica la ascolta con una lattina di caffè in mano.
Autunno

Il foliage di Iroha-zaka

Dal belvedere di Akechidaira ho guardato dall’alto la prima Iroha-zaka, quella in discesa. Le curve si sovrapponevano a perdita d’occhio sul pendio vestito di foglie autunnali, e da lassù si vedeva bene la strada che avrei percorso al ritorno. Pensare che presto avrei percorso anch’io quella strada mi faceva battere il cuore: seguivo con gli occhi la strada che si snodava tra le foglie e mi divertivo già a cercare la curva successiva.

Durante la salita aspettavo con impazienza i cartelli con scritto «I», «Ro» e «Ha». Una volta arrivata al belvedere, ho indicato la strada e ho detto alla mia amica che, al ritorno, avrei percorso tutte quelle curve in discesa. Lei stava bevendo un caffè in lattina e mi ha liquidata con un «sì, sì», ma io con la testa ero già sulla strada del ritorno. Non riuscivo a smettere di parlare: non vedevo l’ora di godermi il panorama e le curve.

Il profilo della protagonista, con una mano guantata sulla guancia, mentre osserva la cascata Kegon-no-taki in inverno, avvolta da stalattiti e ghiaccio azzurro.
Inverno

Il ghiaccio blu alla cascata Kegon-no-taki

D’inverno, le cascatelle che circondano la Kegon-no-taki erano ghiacciate. Non avrei mai immaginato che il posto dove in estate mi aveva avvolta la nebbiolina fredda potesse trasformarsi così. Ero talmente stupita che non mi usciva una parola; continuavo a fissare la cascata con la mano guantata appoggiata alla guancia. Faceva freddo, ma non riuscivo a staccare gli occhi dalla cascata circondata dal ghiaccio: mi dispiaceva già l’idea di dover andare via.

Storia

Nikkō Tōshō-gū

Avevo visto il Tōshō-gū in foto e mi era sempre sembrato sontuoso. Ma quando mi sono trovata davanti all’edificio, la quantità di decorazioni mi ha lasciata a bocca aperta. Ovunque posassi lo sguardo c’era un altro dettaglio, e mi sono divertita perfino a decidere da dove cominciare.

  • Nikkō Tōshō-gū è un santuario dedicato a Tokugawa Ieyasu, fondato nel 3º anno dell’era Genna (1617). Si racconta che il Gatto dormiente sia stato scolpito circondato da peonie e baciato dal sole, proprio in riferimento al nome Nikkō. Ripensando a questa storia mentre lo osservavo, ho abbassato la voce senza accorgermene, quasi per non svegliarlo.
  • Gli edifici riccamente decorati che vediamo oggi risalgono alla ricostruzione del 13º anno dell’era Kan’ei (1636). Mentre seguivo con lo sguardo ogni decorazione, continuavo a pensare: «Devo guardare anche quella!». Le foto mi avevano già colpita, ma dal vivo mi è venuta voglia di restare ancora più a lungo.
  • Nel 1999 è stato inserito nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Trovarmi davanti a quel santuario così sontuoso mi ha fatto pensare che ero davvero arrivata nel luogo che avevo visto in foto; ho finito per alzare lo sguardo a lungo, cercando di cogliere ogni piccolo dettaglio.

Luogo spirituale

Santuario Futarasan-jinja di Nikkō

Avevo sentito dire che il santuario Futarasan-jinja è famoso per propiziare gli incontri e i legami felici. Anch’io ho avuto voglia di congiungere le mani in preghiera, pensando che magari avrei trovato un’altra strada da amare. Immaginare il prossimo posto che vorrei raggiungere mi faceva battere il cuore perfino mentre pregavo, e non vedevo l’ora di aprire la mappa appena tornata.

  • È un antico santuario da cui ebbe origine la devozione sul monte Nikkō, dove Shōdō Shōnin avviò la pratica religiosa oltre 1.200 anni fa. Il monte Futarasan (Nantai) è venerato come oggetto sacro del santuario. Scoprire la lunga storia della devozione a questa montagna mi ha fatto raddrizzare la schiena ancor prima di avvicinarmi per pregare.
  • La divinità principale è Ōnamuchi-no-Mikoto, che porta fortuna ed è associata ai legami felici. Il santuario è frequentato soprattutto da chi spera in nuovi incontri e relazioni fortunate. Anch’io ho pregato di poter ritrovare una strada da amare, e l’idea del prossimo viaggio mi ha entusiasmata ancora di più.
  • Fin dall’antichità il santuario è stato venerato come ichinomiya, cioè il santuario principale della provincia di Shimotsuke. Si racconta anche che, per aiutare Shōdō Shōnin, rimasto bloccato davanti al fiume, il re Jinjaō mandò due serpenti: dalle loro schiene crebbe la carice montana, formando un ponte. Mi sono subito immaginata la scena dei serpenti che diventavano un ponte e sono rimasta a guardare lo Shinkyō più a lungo.

Specialità locale

La yuba di Nikkō

A Nikkō, la yuba si scrive con due caratteri: il primo significa «acqua calda» e il secondo «onda»; a Kyoto, il secondo significa «foglia». La yuba di Nikkō è più spessa di quella di Kyoto. Ho assaggiato il sashimi di yuba fresca: era molto più consistente di quanto mi aspettassi e mi ha sorpresa. Era così buona che l’ho assaporata lentamente, un boccone alla volta; eppure, quando stavo finendo, ne avrei voluta ancora.

  • A Kyoto, la yuba si scrive con due caratteri: il primo significa «acqua calda» e il secondo «foglia»; a Nikkō, il secondo significa «onda». La yuba di Kyoto si ottiene sollevando un solo strato, perciò è sottile; a Nikkō, invece, si sollevano due strati, che le danno maggiore spessore. Ho assaggiato il sashimi di yuba fresca e mi ha sorpresa quanto fosse sostanziosa: non vedevo l’ora di prendere un altro boccone.
  • La yuba si può gustare in tanti piatti: in umido, come sashimi di yuba fresca o in involtini fritti. Io ho assaggiato il sashimi di yuba fresca e mi ha colpita la sua consistenza, molto più soda di quanto immaginassi. Anche dopo aver finito, avevo già voglia di tornare a mangiarla.
  • Per gli asceti che si addestravano sul monte Nikkō, la yuba, nutriente e facile da digerire, era un alimento indispensabile. Si racconta che furono i monaci zen a portarla dalla Cina a Kyoto; poi gli yamabushi e i monaci itineranti la diffusero in molte regioni. Anch’io l’ho mangiata durante il viaggio: mi ha saziata e mi ha fatto venir voglia di passeggiare ancora un po’ per Nikkō.